#9 Croonsociology
Per comprendere le parole che seguono è sufficiente che chi legge sia più o meno abituato a pascolare nei campi (fin troppo) luminosi dell’universo social network. Quante volte vi è capitato, negli ultimi mesi o giorni, di pensare che qualsiasi contenuto che vedete sugli schermi sia diventato decisamente noioso e ormai totalmente conformato ad una sorta di standard unico, prodotto seguendo pedissequamente una specie di norma fondamentale convenzionale imposta dall’algoritmo o da X per lui?
Questo quesito, che spesso mi sono posto in questi giorni, mi ha portato a pensare che un filosofo del diritto del novecento, probabilmente il più importante della sua epoca, potrebbe aver posato le fondamenta oltre cinquant’anni fa per provare a dare una lettura sociologica a questa odierna omologazione feroce, a questo conformarsi obbligatorio anche se non punito (o meglio subdolamente sanzionato, vedremo come), a questa morte cerebrale dell’orgoglio di essere diversi, promossa e veicolata sempre e comunque dal mezzo social. Il filosofo in questione si chiamava Herbert Lionel Adolphus Hart, e la teoria a cui facciamo riferimento è quella in cui distingue la regola sociale – che è quella che costituisce diritto, che coesiste con l’obbligo o il dovere, per cui esiste una pressione a favore dell’osservanza e una sanzione in caso di inosservanza – dall’abitudine sociale, che è la semplice convergenza di comportamento tra più consociati.
Il rischio che si può leggere oggi tra le righe è il seguente: è possibile che delle abitudini sociali social (quindi dei comportamenti, dei modi di comunicare e di ragionare molto comuni sulle piattaforme) si stiano lentamente trasformando in regole sociali? Prendiamo ad esempio l’altro ieri, giorno di San Valentino: abbiamo visualizzato 350/3500/35000 storie identiche tra loro di ragazze con i fiori (anche questi tutti uguali fra loro), altrettante storie di ragazzi che portano a cena la ragazza ma fotografano e postano solo la tavola del ristorante con il cibo e un frammento poco visibile della donzella, nello stesso modo, con la stessa luce e lo stesso cibo, oltre a baci Perugina, cuoricini ed altri elementi amici del diabete almeno in due accezioni. Qui dobbiamo fermarci un attimo. Non è che qualche ragazza si sentirà sanzionata dalla società perché non ha ricevuto fiori da nessuno? Non è che qualche ragazzo single e felice sentirà la pressione in favore della conformità e, come d’incanto, non sarà più felice? Non è che produrre contenuti nello schema della Gründnorm convenzionale algoritmica è diventato primario nello schema comportamentale di un numero eccessivo di individui? A queste domande ognuno può dare la propria personale risposta.
C’è un tassello che tuttavia non possiamo non considerare: la regola sociale non è solo condizione di esistenza del diritto, ma in una lettura generale ha già da sola una forza assimilabile a quella della legge. Non può produrne, certamente, gli effetti tipici, ma se ci pensate può produrre quelli atipici. Non la sanzione giuridica – avrebbe detto Hans Kelsen – ma la sanzione sociale. E la sanzione sociale per la violazione di una regola social, portata all’esasperazione, potrebbe essere l’ultimo anello di congiunzione tra la realtà virtuale e quella reale, tangibile, vera. Le ripercussioni sulla vita vissuta di comportamenti cliccati sul touch screen.
Siamo così lontani da questo scenario apocalittico? O ci stiamo avvicinando alla realizzazione dell’oclocrazia, ossia al governo tiranno delle masse che opera su schermi orwelliani da sei pollici, inconsapevoli e coglioni? È possibile che questa generazione, la mia generazione, quella identificata nell’ultima lettera dell’alfabeto, abbia veramente bisogno di questo per sentirsi parte di qualcosa? Sanzionati dal timore non di essere, ma di apparire diversi. Mentre scrolliamo sull’ennesimo post di una pagina di motivazione open-minded che ci racconta, in un video uguale a tutti gli altri, con l’audio virale uguale a tutti gli altri, le stesse parole da vocabolario seconda media che usano tutti gli altri, la speaker bellissima e truccatissima secondo i modelli irraggiungibili tanto criticati da lei e da tutti gli altri, quanto è importante a questo mondo essere diversi. Purché nel rispetto della regola social(e) convenzionale di riconoscimento.

