C’è un volto nuovo che sta conquistando la scena politica italiana negli ultimi mesi e giorni, ed è quello della sindaca di Genova Silvia Salis. Ex atleta olimpica 40enne, impegnata da anni in politica e nella gestione sportiva, a fine maggio eletta a gran voce da candidata indipendente di centro-sinistra con l’appoggio di un “campo largo” ancora in fase pre-embrionale, dalla fine della campagna referendaria si è presa la scena con il ruolo della protagonista. Socialista fino al midollo (incontestabilmente viste le misure che sta adottando nel contesto del suo municipio) ma anche trendy, comunicatrice, alla mano, giovane e dotata di grande carattere. In ogni terreno di confronto (televisivo, social, politico) ha massacrato i rivali con eleganza e decisione e per l’elettorato più giovane e istruito è diventata in brevissimo tempo una superstar.
Se il 50% dei giovani elettori atavicamente addormentati si è svegliato per votare no al referendum, l’altro 50% si è destato sobbalzando per i bassi di Charlotte De Witte alla festa di piazza Techno organizzata dall’amministrazione Salis a Genova, che ha conquistato prime pagine e menzioni su importantissimi magazine musicali e culturali internazionali, con il riconoscimento unanime ad una politica svecchiata che diventa un esempio da seguire a livello globale.
Insomma, Silvia è stata scelta come anti-Giorgia e ha anche esplicitamente accettato questa “nomina”, con tutto ciò che ne consegue. Ma cosa ne consegue?
Qui entra in gioco la forza interna distruttiva della sinistra. L’impennata di popolarità della genovese scatena subito reazioni contrariate non degli avversari, ma di quelli che sulla carta dovrebbero essere gli alleati. Il paradosso eterno. “Radical chic!” “Ricca e raccomandata!” inveiscono i sinistri di area Fratoianni e similari; “finta di sinistra amica di Renzi e della destra” tuona sul Fatto Selvaggia Lucarelli (sì, purtroppo ancora scrive). In quest’epoca in cui è diventato obbligatorio etichettare chiunque e qualunque cosa, se c’è un’amministratrice che dimostra di essere capace, che si professa progressista e lo fa apertamente, si schiera senza remore con il popolo palestinese e contro i pazzi americani MAGA, e soprattutto incarna una visione sociale di gestione politico-amministrativa nel senso più puro, ossia quello finalizzato al benessere dei cittadini, ci sarà una controparte che guarderà al prezzo del sandalo, alla marca della camicia o anche solamente al modo di porsi di questa per poterla giudicare “lurida borghese radical“. Perché? Perché questa è la sintassi: o sei radical, o sei stracciona, o sei populista, o sei semplicemente stronza.
Eppure, indipendentemente dalle moderne tendenze omologatrici da sindrome dell’etichettatore, questo è il cortocircuito che ha sempre fottuto il centro-sinistra in questo paese, che però cela solo e soltanto la mania di protagonismo dei leader dei partiti (il cui unico vero interesse è preservare il loro culo sulla poltrona) da un lato e l’utopia rivoluzionaria di quattro scappati di casa con i capelli blu e verdi dall’altro.
Spiace per entrambe le categorie, ma un paese si governa con accordi, alleanze, tono istituzionale, rilevanza e soprattutto idee valide. E sì, si può avere tono istituzionale anche ballando la techno e bazzicando campi sportivi. Essere divertenti, interessanti e soprattutto aperti è la chiave per chi vuole fare politica a sinistra, purché questi caratteri siano contemperati da quel piccolo tasso di decoro istituzionale obbligatorio e da una sana dose di onestà intellettuale. Non si governa con le supercazzole, con la pioggia di bonus o con le patrimoniali ad mentulam canis; al contrario, si governa in primis con la credibilità.
La discesa in campo di Silvia Salis è l’occasione giusta per riportare in auge lo Stato progressista che progredisce, e soprattutto per dare nuova linfa ad una classe politica di sinistra inconcludente schiacciata dall’inerzia (e ultimamente anche dall’incompetenza). Dunque, cari compagni vari ed eventuali, Salis non sarà una paladina di lotta proletaria, ma preferireste davvero il Meloni-bis? Onestamente io no.
