Avevo deciso di non scrivere nulla su questo blog riguardo al referendum di revisione costituzionale inerente alla riforma della giustizia, almeno prima dell’esito. Perché? Almeno per due motivi, che si collocano ai poli opposti del ragionamento: il primo era evitare di dare spiegazioni e interpretazioni di carattere strettamente tecnico, spesso visti da chi legge come astrusi o peggio fastidiosi e incomprensibili; il secondo era quello opposto, ossia cercare di non cadere nella propaganda politica populista, poiché anche se gli effetti politici sussistono sempre (e in questo caso la sussistenza avrebbe portato con sé una quota di drammaticità), il contesto era pur sempre quello del sistema giudiziario, non di un mondo fantasioso in cui se vince il sì liberano tutti i mafiosi e se vince il no liberano tutti gli stupratori pedofili. Chi scrive cercando di formulare un’opinione condivisibile da soggetti ragionanti, a mio avviso, dovrebbe cercare quanto meno di risultare più lucido della Meloni da un lato e di Nicola Gratteri dall’altro.
Terminata la lunga introduzione diciamolo: ha vinto di misura il no e siamo contenti. Il ribaltamento della visione costituzionale della magistratura proposto dal centrodestra, il tentato divide et impera con contorno di controllo politico alle stelle tra triplicazioni di CSM e sorteggi sul terzo potere dello stato, nonostante l’apparente solidità della maggioranza (almeno nel sostegno al quesito referendario), ha fallito miseramente. E ci interessa sapere a causa di chi ha fallito, anche per dare il giusto riconoscimento alle categorie perennemente ignorate dalla stampa bipartisan: in questo caso i giovani.
Il “risveglio di primavera” della coscienza politica giovanile, in tutta Italia ma in primis al sud, per un divertente scherzo del destino arriva nel giorno in cui Franco Battiato, autore e interprete di Risveglio di primavera, avrebbe compiuto 81 anni. Non c’entra nulla, ma c’entra nella timeline della storia contemporanea. Il 23 marzo hanno ricominciato a farsi sentire “le voci dallo stretto di Messina“, e si sono fatte sentire con un vigore e una decisione inedita nel panorama politico degli ultimi 20 anni. Di certo l’affluenza al sud non è stata alta come al nord, ma considerando l’ingente quantità di studenti e lavoratori fuorisede impossibilitati a votare, le statistiche ci dicono che quasi tutti i giovani che avevano la possibilità di esprimere la propria preferenza l’hanno fatto. E la scelta è stata quella di dare un segnale, un segnale al governo sicuramente, ma anche un segnale di presenza, dei segnali di vita sul pianeta impopolato della partecipazione democratica.
Neppure si può asserire che la propaganda del no abbia vinto sui giovani grazie ai social network, come già pronunciato dal sempidiota Sechi, prendendo atto che la propaganda fantasy-horror del sì è riuscita a diffondersi su uno spettro social ampissimo, a partire dai vari avvocati penalisti di instagram (quelli che però nella vita fanno gli influencer), dai professoroni amici di partito fino alle paginette turbocapitaliste, agli individualisti e alle varie puttane di Berlusconi. Mettiamoci poi le lobby dei professionisti forensi e di certi giornalisti che, al di fuori dell’ambito virtuale, hanno imbottito centinaia di seminari in tutta Italia con interpretazioni fuorvianti al gusto di cazzate e prosciutto crudo sensazionalista (che si tratti di avvocati o di giornalisti di destra, è comunque il loro lavoro), aiutati e non poco dalla totale incapacità della politica e del giornalismo di opposizione di fornire ragioni ragionate per il no nel merito della riforma. Di propaganda invasiva per il no direi che non si può proprio parlare.
Si può parlare invece di un popolo che spesso dorme, ma che quando si tratta di salvaguardare la Costituzione un senso di responsabilità comincia a percepirlo. Semplicemente, il nostro essere un popolo “conservatore” ogni tanto può cagionare un effetto positivo.
Anche dal punto di vista statistico, come accennato sopra, il voto al referendum ci ha regalato dei dati interessanti. Le regioni in cui si dava per scontata la vittoria di un sì deciso contro la magistratura, coadiuvato da mafie e clientelismi, hanno visto invece una vittoria forte del fronte del no, che ha toccato il 75% delle preferenze in Campania e il 69% in Sicilia. A riguardo, pare dalle ultime news di oggi che la Meloni si sia alterata a tal punto da impugnare il provvedimento che conteneva i primi aiuti per le vittime dell’uragano Harry: una pessima idea di vendetta, giacché se avesse la minima idea di cosa è la politica saprebbe che gli elettori hanno sempre il coltello dalla parte del manico.
Restando sul sud, Sallusti dice che “non c’è più la mafia di una volta“. Io mi limiterei a dire che il potere del crimine organizzato non è più egemone dove corrompe ma non terrorizza. In ogni caso la regione che in questo periodo storico (v. processo Hydra) vanta l’indice di mafia (in vulgari eloquentia) più alto, la Lombardia, è stata una delle pochissime a vedere la vittoria schiacciante del sì, e anche questo non è un caso. Laddove l’influenza elettorale dei giri di potere para-mafiosi (grande cit.) si sviluppa dal fronte dell’economia e dell’industria, i dati di certo non mentono. Così come non mente quell’altro dato concernente le preferenze degli abitanti dei quartieri a reddito più alto, quelli da secoli additati come “sinistre ZTL“, così tanto sinistre che hanno votato tutte sì.
Adesso che il referendum è andato (a farsi fottere) e che il governo Meloni sta cadendo a pezzi – si sono già dimessi Delmastro, Bartolozzi, Santanchè e Gasparri e sono state avviate delle perquisizioni al ministero della difesa nell’ambito di una grossa indagine di corruzione – l’unica domanda ragionevole da porsi è la seguente: riusciranno i partiti d’opposizione a trovare una quadra per fornire un’alternativa valida agli elettori? O continueranno a spararsi con le loro stesse armi, con la politica vuota, supercazzolara e confusa che hanno promosso fino ad ora? Perché se l’elettorato pare si stia svegliando, prima o poi dovranno svegliarsi anche i partiti.

