Nella società della performance del giorno d’oggi e nell’epoca dei millantatori di professione, una figura che mancava ma che ultimamente si sta affermando con una certa (fastidiosa) crescita è quella dei millantatori culturali. Chi sono? Quelli che ai tempi di mia nonna si chiamavano saccenti e ai tempi di mio padre rincoglioniti tuttologi. I flexatori di Rolex della cultura, che ovviamente – come tutti gli ostentatori che rispettino – operano prevalentemente via social.
Il messaggio tra le righe è pericolosissimo: puoi arricchire la tua cultura personale tramite reel di persone che decidono cosa è culturalmente rilevante, elevato, valido e cosa no.
Un esempio recente, prima di addentrarci nel vero oggetto di questo articolo, è quello del premio Strega vinto da Michele Mari, il cui libro “I convitati di pietra” ha subìto una valanga di inutili critiche e polveroni NON perché il libro fosse brutto, non perché non meritasse il premio, ma perché in una conversazione privata l’autore aveva pronunciato parole non graziose nei confronti della defunta autrice Michela Murgia. E sti grandissimi cazzi, penso io. Almeno non è caduto nella trappola di santificare i morti ex aequo come fanno tutti in Italia.
Comunque, il topic maggiore di oggi è un altro: l’ostentazione pseudo-culturale e la snobberia inqualificabile comunicata via social in ambito musicale.
Vengo periodicamente infastidito da reel e similari in cui si parla di una fantomatica “mancanza di eredità culturale” di chi non ama la musica classica. E vorrei spiegare a questi professoroni (anche se non sarei in grado di convincerli) che la presunzione nell’arte porta solo al fallimento delle idee e alla frustrazione totale. Perché tu, soggetto indeterminato, che hai studiato gli spartiti e le sinfonie, Beethoven, Mozart, Debussy, Chopin e sti cazzi vari devi arrogarti il diritto di sentirti superiore a tutti gli altri?
Esiste musica di ogni tempo e di ogni luogo, così come accade per tutte le forme d’arte. Non ho mai sentito un fan dell’impressionismo dar contro ad uno a cui piace il manierismo rinascimentale. Allo stesso modo, dove sta il problema se a me piace la musica degli strafottuti negri d’America? È musica di un altro tempo e di un altro luogo, che si è diffusa attraversando etnie, nascendo nera e diventando bianca (come il suo maggior esponente storico), esplorando contaminazioni, e che non è inferiore ma perfettamente eguale in quanto diversa. Semmai, la differenza è che quella musica lì, quella che nacque a metà ottocento dai canti degli schiavi nelle piantagioni di cotone, oggi riesce a perdurare e continua a esistere in forme diverse che discendono dalla stessa matrice.
Lo squilibrio culturale non sussiste. Robert Johnson non è inferiore a Paganini. Thelonius Monk non è inferiore a Chopin. Charlie Parker non è inferiore a Tchajkovskij. Duke Ellington non è inferiore a Beethoven. Herbie Hancock non è inferiore a Bach. Chick Corea non è inferiore a Debussy. Pat Metheny non è inferiore a Mozart (anzi). Frank Sinatra, Quincy Jones, Stevie Wonder, Michael Jackson, Dr. Dre, Nas e J. Cole non sono inferiori a tutti quelli di cui sopra.
L’arte va contestualizzata, non va messa in classifica in base ai professoroni. I professoroni erano quelli che dicevano “nota giusta” oppure “nota sbagliata”. Poi arrivò un ragazzino del Missouri, bianco come il marmo e con i capelli rossissimi ma figlio della tecnica e degli insegnamenti di due black stars, Wes Montgomery e Miles Davis. Quel ragazzino disse: “non esistono note sbagliate, sta tutto nel ritmo e nel contesto”. Quel ragazzino oggi è l’unico artista della storia ad avere vinto 20 Grammys in 13 categorie diverse. (Pat Metheny, n.d.r.)
Per il resto? Kendrick Lamar ha vinto un pulitzer, Eminem ha vinto un oscar, Michael Jackson è primo in classifica globale con una canzone di 44 anni fa. Non mi sembra che non ci sia riconoscimento o elevazione culturale. La black music è cultura, ed è la più culturale perché nasce e si evolve solo grazie alle contaminazioni.
Nel nostro vecchio paese di musi tristi ed università della terza età la black music la portò Pino Daniele, ossia colui che oggi è considerato quasi unanimemente come il più grande musicista italiano di sempre, ma che ha impiegato 50 anni dal suo esordio per ottenere questo riconoscimento, per essere capito. E questo solo e soltanto a causa di professoroni e divulgatori conservatori, di giornalisti scettici con la prostata molto ingrossata e di razzisti snob deputati per sbaglio alla critica musicale.
Come si può essere conservatori dell’arte? Il conservatorismo dell’arte non è solo una forma di fascismo, è anche peggio del fascismo in sé.
Smettetela dunque di spacciare i vostri interessi per entità culturalmente superiori. Cari divulgatori da 8 lire, studiosi della cultura del vetusto e viveurs dell’immedesimazione nei vostri trisavoli, fatevi una passeggiata al lago dei cigni e affogateci.
