Mafia strikes back – la rinascita diffusa

Mafia strikes back – la rinascita diffusa

L’emergenza – lo dice la parola stessa – è qualcosa che emerge e che quando emerge crea nuovi problemi. Solo che la Sicilia, notoriamente fin dai tempi di Tomasi di Lampedusa, non ama le novità, e ogni cambiamento è fine al mantenimento della condizione precedente. Dunque, tanto per (non) cambiare, possiamo parlare di ri-emergenza, anzi riemersione, dato che il problema che sta riemergendo è vecchio come il mondo e talmente grosso da accendere nuovamente la disattenzione omertosa di cittadini, politica e giornalismo, un po’ come accadeva negli anni 80.

Per esaminare questo spaventoso ritorno della mafia in Sicilia bisogna innanzitutto valutare la varietà e la diffusione del fenomeno, ossia la macchia d’olio che si spande e attraversa lo spettro delle classi sociali, più trasversale che mai.

Partiamo dal basso: le estorsioni a Palermo. Da novembre 2025 a oggi (giugno 2026) sono stati denunciati ben 12 attacchi intimidatori (quindi, per il sempiterno principio omertoso di cui sopra, provate voi stessi a stimare il numero totale dei suddetti). Danni? Per due milioni di euro, di cui oltre 600.000 solo per l’imprenditore Tommaso Dragotto, cui è stata appena assegnata la scorta. A Dragotto i nuovi mafiosetti – che sono stati finalmente arrestati (dei mandanti nessuna notizia, attenderemo qualche anno) e che tanto per cambiare erano già rei confessi su TikTok – hanno incendiato due depositi di auto, dopo averne preso uno a colpi di kalashnikov, e tutto questo in meno di tre mesi. Poi gli incendi nelle attività commerciali di Tommaso Natale e San Lorenzo, le bottiglie di benzina a Sferracavallo e gli incendi dolosi in un rimessaggio nautico e in due pompe di benzina. Da non dimenticare, in aggiunta, l’omicidio al CEP, il tentato omicidio di Via Montalbo e la pallottola volante in testa ad una ragazza in via La Lumi. Il delirio. E immancabilmente, dopo ogni singolo episodio, sindaco, Ferrandelli, il Prefetto, i comitati di protesta, fiaccolate, comizi, replay. Il solito loop infinito di “solidarietà dalle istituzioni“, che arriva sempre troppo tardi. Se Lagalla (che è pure medico) fosse alla guida, invece che del comune di Palermo, di un centro di ricerca per la cura del cancro, investirebbe solo in cure per i pazienti terminali o già passati a miglior vita. L’idea della prevenzione di questi episodi, l’idea di arginare in partenza la nuova emersione del crimine organizzato, non ha mai lontanamente intaccato l’amministrazione. Perché non conviene. Non fa campagna elettorale, fa anche perdere voti in tanti quartieri e, soprattutto, non avrebbero idea di come gestire il tutto. Come direbbe il buon Cetto La Qualunque, non ci avevano pensato…capita!

Di politica finiamo – più nolenti che volenti – sempre a parlare, e di politica si deve parlare per salire di un gradino nella nostra narrazione. Tra un messaggio di solidarietà e l’altro del Presidente Schifani, tra una commissione antimafia e l’altra di Cracolici (mai una vera inchiesta manco per sbaglio), tra mille conferenze e allegri banchetti e passerelle per la legalità, la giunta regionale ha reintegrato Nuccia Albano, figlia del capomafia di Borgetto Domenico, dottoressa democristiana coinvolta a vario titolo nel processo che ha portato all’ennesima condanna di Totò Cuffaro. Assessore alla famiglia, la Albano, non a caso direi. Ha anche confermato di avere incontrato varie volte Alfonso Tumbarello, massone e medico ufficiale della latitanza di Matteo Messina Denaro, condannato oggi a 15 anni, e di avere fornito consulenze a lui e al figlio. 

Meno “illustre” e decisamente più giovane è un altro protagonista di vicende mafiose nelle ultime settimane è Luca Tamburello. Giovane imprenditore immobiliare di Mazara del Vallo con società in Spagna, in Svizzera e a Monaco, arrestato la scorsa settimana insieme al padre, umile commerciante di paese, con l’accusa di avere riciclato e gestito una porzione del patrimonio di Matteo Messina Denaro pari a 200 milioni di euro. Case vacanze e alberghi in mezzo mondo, conti off-shore, cassette di sicurezza, azioni e criptovalute, ma i Tamburello erano “insospettabili”. È proprio vero quello che scriveva Paolo Sorrentino: gli arricchiti sono più pericolosi dei nazisti.

Infine, c’è il capitolo Ponte sullo Stretto, ossia la storia infinita inconcludente dell’infrastruttura mostruosamente ambiziosa e, soprattutto, la massima espressione della “Cosa Grigia” definita da Giacomo Di Girolamo nell’omonimo romanzo: imprenditori, avvocati e giudici che pongono in essere giochi di potere per accaparrarsi incarichi o tangenti (in base al ruolo o alla posizione ricoperta) multimilionarie. Sono proprio un imprenditore, un avvocato consulente della società e un magistrato in quiescenza vicinissimo a Salvini, già presidente della Corte dei Conti (mica uno a caso) gli indagati per corruzione nell’ambito del progetto del ponte, che avrebbero cooperato per truccare i rilievi dei magistrati contabili, con “il tentativo di corrompere il maggior numero di componenti della Corte per condizionarne le scelte“.

Insomma, qualcuno pensava che la mafia fosse stata debellata. Qualcuno aveva aggiornato l’aforisma vintage “la mafia non esiste” con l’ammodernato “la mafia non esiste più“. Invece la mafia è viva più che mai in tutti gli strati di esercizio del potere: da quello esercitato con la violenza e le intimidazioni a quello che gode della legittimità di palazzo, ad ogni livello. Forse è per questo che “fare l’antimafia” non ha più senso. Qualsiasi cosa che abbia potere oggi in Sicilia è o include un’espressione di volontà mafiosa. Forse sarebbe più utile iniziare a rifiutare il potere ab initio, smettendo di bramarlo e di sostentarlo.