Cinque brani di cantautorato pop dall’altissimo indice emotivo e qualitativo

Cinque brani di cantautorato pop dall’altissimo indice emotivo e qualitativo

#6 Crooner’s music

Il pop italiano è indecente. E il cantautorato non esiste più. Due frasi da bar molto vere se applicate al contesto delle radio, dei talent show e del Festival di Sanremo (salvando però, in parte, l’ultima edizione), ma che diventano estremamente fallaci nel momento in cui prendiamo a campione certi brani recenti meno da vetrina e più da overdose emotiva, che non raramente possono essere scritti anche da alcuni di quegli stessi artisti con la residenza in radio e il pascolo più o meno frequente sulla Rai che (talvolta o più spesso) ci scassano la minchia. E’ sufficiente partire dall’assunto che i soldi piacciono a tutti per capire con facilità che un artista non è il suo tormentone, non è la sua canzone più streammata, ma la maggior parte delle volte è rappresentato in modo sincero solo dai brani che stanno nel fondo del suo archivio, tra i meno ascoltati. Ogni artista, di qualsiasi genere esistente al mondo, ha inciso dei pezzi per vivere e dei pezzi per sopravvivere. Oggi, in questa sede, ci occuperemo della prima categoria. Cominciamo.

N. 5: Lucio Corsi – Sigarette (preferibilmente in versione live)

Partiamo da un personaggio che per un po’ di anni è rimasto nel ruolo del sognatore iper-alternativo, totalmente anacronistico musicalmente ed esteticamente, salvo poi essere diventato, in un battito di ciglia, il personaggio chiave di Sanremo 2024, con conseguente catapultamento nel mondo dello star system: Lucio Corsi. Per chi scrive, Corsi è un artista di straordinaria genuinità e di immenso talento. Un cantautore che fa tesoro di molte influenze per quanto concerne l’aspetto musicale, ma che vanta una penna originalissima e difficilmente emulabile. Ha spaccato Sanremo più grazie all’immagine, prendendo un po’ da Renato Zero e un po’ da David Bowie, che grazie alla musica (anche perché diciamolo, Volevo essere un duro, nonostante il bel testo e il bel messaggio, dopo quattro ascolti comincia a fare l’effetto di una motozappa sulle gonadi).

Lucio Corsi è un autore eccezionale, dicevamo, e un brano che rappresenta perfettamente la sua attitudine da spacciatore di emozioni è proprio Sigarette. Una ballad che non è una ballad, perché più veloce: un tempo rock per un pezzo che rock non è. Pop? Nemmeno troppo. Magari indie? Quello che possiamo dire è che emoziona anche chi non ha mai fumato in vita sua (come chi scrive), giacché le metafore sono estremamente profonde e il flusso emotivo rimane coerente nonostante il carattere sognante ma disilluso dell’autore e della canzone. La versione live all’Abbazia di San Galgano è quella che vi consiglio, per la resa notevole dell’arrangiamento (band e orchestrale) e del piano CP-70.

N. 4: Coez – Come nelle canzoni

Silvano “Coez” Albanese, all’apice della sua carriera di cantautore indie-pop, dopo La musica non c’è e una serie di altre hit (anche non poco scassacazzi), se ne esce con il singolone intitolato, per l’appunto, Come nelle canzoni, che si porta a traino l’album Volare. È una canzone che in radio abbiamo sentito milioni di volte, è vero, ma che risulta, nella sua struttura e nel prodotto finito, per nulla banale o noiosa. C’è da dire subito che alle macchine figurano Sine, storico produttore di Noyz Narcos (golden couple in uscita domani con Funny Games), e Marz e Zef, ossia i produttori dei maggiori successi di Marracash, nonché di centinaia di hit firmate Guè, Fabri Fibra, Ernia e chi più ne ha più ne metta. Il brano in questione è pop, certamente, ma per motivi di DNA è anche fortemente hip hop (non dimentichiamo la militanza dello stesso Coez nel collettivo rap dei Brokenspeakers). È uno storytelling in puro stile hip hop, personale, decisamente love, che si sviluppa in strofe che iniziano rappate e finiscono cantate e in ritornelli orecchiabilissimi (per quanto non aperti armonicamente ma cupi) un po’ in stile Vasco Rossi. Un brano eccellente, ed un perfetto esempio di pop consistente.

N. 3: Cesare Cremonini – Un’alba rosa

Stiamo salendo sul podio, e sul gradino basso troviamo l’hitmaker italiano per eccellenza, il nostro Michael Jackson che però è anche un po’ l’erede di Lucio Dalla, colui che tutto può: Cesare Cremonini. È chiaro (se avete letto qualche altro articolo di questa rubrica) che i gusti di chi scrive non sono sempre in linea con la produzione musicale di Cremonini, giacché Cremonini è il pop più pop di sempre nell’ambito della musica italiana, e sicuramente non sono mancati episodi nella sua carriera che, personalmente, non ho gradito. Detto questo, ritengo che criticare la carriera o la musica di Cremonini sia veramente difficile, poiché nelle canzoni per vivere o nelle canzoni per sopravvivere, ci ha messo sempre e comunque il cuore.

Un’alba rosa è una bomba emotiva che esplode lentamente, una musica delicata che entra in punta di piedi nei tuoi pensieri. È un mix sublime di immagini, quasi come vedere un film. Ogni cosa è descritta accuratamente, ogni situazione e ogni sentimento provato da chi scrive, e il piano delle strofe non è altro che la colonna sonora perfetta per quella pellicola. Il brano si apre nel ritornello, che rimane di una finezza fuori dal comune, ed esplode definitivamente nella sezione strumentale di chitarre e sintetizzatori alla fine. È un pezzo love nell’accezione più profonda e utopistica, tanto da rischiare di non sembrare tale. Quando ascolti questo brano, stai guardando un’alba rosa come la stava guardando Cremonini, nelle medesime circostanze, anche se magari sei in ufficio con le cuffiette o all’università. Entri in un mondo e non puoi restarne al di fuori. Se poi la ascoltate in viaggio, possibilmente in treno in inverno con la neve fuori (come è capitato a me) vi segnerà per sempre.

N. 2: Brunori Sas – Figli della borghesia

Per la seconda posizione di questa classifica immaginaria usciamo dal contesto del pop per rimanere nel cantautorato nella sua declinazione più pura, almeno apparentemente: Figli della borghesia è l’anti-cantautorato, una canzone che, se l’avesse scritta De Gregori negli anni 70, gli sarebbe costata non un’aggressione come quella del 1976, ma direttamente una pallottola firmata Brigate Rosse. È il cantautorato impegnato che si mette dall’altra parte dello spettro sociale, e che racconta in prima persona la borghesia, anzi i figli perduti, maleducati e malabituati di quella classe benestante che non è altro che quello che resta di quegli anni 80. Lo step che ha reso pop questa canzone è stato l’inclusione della stessa nella colonna sonora di Odio l’estate, film del grande ritorno di Aldo, Giovanni e Giacomo, che è stata anche il tramite da cui (lo dico senza vergogna) ho conosciuto questo brano fantastico.

Figli della borghesia è l’apice di Dario Brunori nella veste di poeta ironico neorealista, e soprattutto (diciamolo perché si deve dire) è un pezzo un po’ classista. Alt. Un cantautore impegnato che scrive una canzone classista è possibile? Sì, ed è proprio l’ingranaggio che blocca il meccanismo del conformismo. Perché è classista? Perché la carica emotiva è certamente garantita dalla bellezza armonica (tra i quattro accordi che accompagnano la strofa ci sono un Do major 7 sus2 e un Fa minore 6, nei bridge delle belle settime minori e maggiori), ma è accentuata a dismisura se…vai in settimana bianca, ti interessi di economia, hai amici/parenti/figli fuori all’università e se hai dei tappeti persiani ficcati sotto ai divani di casa tua. Ma è anche un avvertimento, da un figlio della borghesia agli altri come lui, che sembra dire: “attenti a portare in alto il nostro nome, a preservare la classe, e a non fare prevalere lo sfarzo e il benessere sul nostro valore da esseri umani”. Libera interpretazione mia, ovviamente, ma credo molto coerente con il significato di tutto il brano.

N. 1: Franco126 – Prima dell’alba

Primo gradino. Cosa devo dire su questa canzone? Ritorna il topos dell’alba, che avevamo già visto con Cremonini, ma entriamo nella DeLorean e ci teletrasportiamo qualche minuto prima, nel momento di buio che anticipa il sorgere della luce. Franco126, il più grande poeta-musico italiano dei nostri tempi, in questo brano è l’essenza di sé stesso: fatalista, pessimista, colmo di rimpianti, califaniano al punto giusto, sentimentale e profondo. C’è un amore che è finito (come in tante canzoni di Franco) e c’è un uomo che si sta tirando su, notando che fa sempre un po’ più buio prima dell’alba, e che il momento di malessere che sta attraversando è a sua volta un’alba per il meglio che verrà e per i Futuri possibili, che è anche il titolo dell’album.

C’è un posto a Palermo che rappresenta il locus amoenus per ascoltare questo brano (cercando di non piangere), che è la vetta di Pizzo Manolfo, laddove ci sono le antenne a consumare il cielo, ma hai tutta la visuale sulla città a disposizione per guardare dove non ci sono. Questa è proprio una delle immagini metaforiche più forti del testo in questione: le antenne che disturbano il cielo, l’artificiale che intacca la natura, la finzione che logora e poi rompe un sentimento.

Credo che i ragazzi che nasceranno tra dieci anni, che saranno adolescenti tra 25 e adulti un po’ più in là, ringrazieranno Franco126 per avere messo al mondo qualcosa del genere.

Non voglio trarre conclusioni. Ascoltate le canzoni e fate voi.

*nei titoli dei brani trovate incorporato il link a Spotify. Qui di seguito i link anche da YouTube, che è impossibile capire l’articolo se non si conoscono/ascoltano i brani in questione:

Sigarette

Come nelle canzoni

Un’alba rosa

Figli della borghesia

Prima dell’alba

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