#6 Croonsociology
Siamo a fine novembre e mancano esattamente 34 giorni a Natale. È tempo di amore verso il prossimo che diventa gradualmente mainstream, con un flusso direttamente proporzionale all’ascesa dei brani natalizi sulle Top50 Spotify. E il Natale, se ci pensate, può essere visto come l’emblema del sacro che si fa profano, della generosità che si fa consumo e dell’entità spirituale che si trasforma, piano piano e in modo (apparentemente) indolore, in entità commerciale.
Ebbene, vi è un’altra entità, un sentimento ma anche un modus vivendi, che pur essendo più antico rispetto al Natale condivide con quest’ultimo il percorso storico verso la deriva commerciale di cui sopra, ormai tristemente completato: stiamo parlando del tanto vituperato amore. Non la mera parola abusata fino alla nausea da ogni concorrente del Festival di Sanremo, bensì quello che era il sacro sentimento, che poi è diventato compagnia necessaria e che alla fine ha ottenuto lo status di entità inconsistente finalizzata all’accoppiamento che fa stare male le persone ma produce tanti soldi. Scherzando sulla similitudine con il Natale, possiamo affermare che l’amore oggi è diventato nient’altro che un cinepanettone. Ma come siamo arrivati a questo punto? Come abbiamo fatto a rompere l’ingranaggio sentimentale che è stato benzina nel serbatoio dell’umanità fino all’altro ieri?
Dobbiamo riavvolgere il nastro della storia fino al non lontanissimo 1980, anno in cui, per la prima volta, viene catalogato e riconosciuto come disturbo psicologico il disagio legato alla percezione esteriore della propria immagine (per il primo trattato medico bisognerà aspettare il 1994). Si tratta di quella che nel remoto 1891 era stata scoperta e battezzata dallo scienziato italiano Enrico Morselli come dismorfofobia. Magari vi starete chiedendo quale sia il nesso, ma abbiate fiducia nel continuare a leggere, perché tutto parte da qui.
Sono gli anni delle attrici e delle showgirl televisive che diventano sempre più svestite, sempre più sensuali e belle, e degli attori e gentle-man sempre più affascinanti. La TV ha un ruolo fondamentale in questa storia, ma non da subito: passano almeno vent’anni, se non trenta, dall’arrivo dei teleschermi nelle case al sorgere dei primi disagi sociali imputabili ad essi. Ma quando i disagi iniziano a bussare alla porta, gli effetti sono devastanti. Esplode la vendita dei cosmetici, dei trucchi, dell’abbigliamento alla moda, ed esplode soprattutto la tendenza all’ostentazione del nuovo benessere borghese, quello degli Yuppies (per restare in tema cinepanettoni e simili), i giovani di successo nati nel boom economico del secondo dopoguerra. Si sa, disponibilità economica equivale a istituzione di nuovi bisogni, secondari, terziari e via contando, totalmente inediti e superficiali ma che si consolidano con grande facilità.
Siamo arrivati così, ben prima dell’avvento dei social network e della trasformazione delle nostre vite in un Truman Show, al punto in cui l’amore diventa capitalismo. Le ragazze comprano i trucchi e i bei vestiti, i ragazzi sperano di potersi permettere l’auto più bella rispetto a quella dei concorrenti per attirare le attenzioni delle ragazze. Ma siamo ancora in uno stato arcaico della trasformazione, e gli effetti a lungo termine non sono tragici, in quanto vi è una statistica italiana secondo cui almeno il 60% delle coppie solide (sposate) formatesi tra il 1980 e il 1994 (le date non sono prese a caso) sono riuscite a durare e perdurano ancora nel momento in cui scrivo. Il peggio deve ancora venire.
Anni 2010, lo smartphone entra a far parte delle nostre vite e diventa il nostro migliore amico. Iniziano ad emergere i social, dapprima Facebook, poi Instagram, infine TikTok. Per le giovani donne l’immagine diventa essa stessa la vita, e le ragazze brutte (passatemi il termine) quasi si estinguono grazie a trucchi, trattamenti estetici e interventi chirurgici. Nonostante questo, l’insicurezza è dilagante, gli psicologi sono ai massimi storici del loro fatturato e frequentare i loro studi diventa status symbol più di una Lamborghini. Tutte bellissime, e tutte lacrimanti perché si vedono malissimo. L’unico sedativo per le insicurezze femminili sembra essere il caro vecchio amore, ma nell’accezione moderna del termine: le attenzioni. Affermano di desiderare amore ma vogliono attenzioni, che è un concetto spaventosamente diverso. Domanda e offerta. Più persone le richiedono e più è alto il loro valore, di conseguenza più sono le persone a cui fanno credere di “non potersele permettere” e più la quotazione sale, giacché il lusso non conosce crisi. Il delirium commerciale diventa una crisi economica post-capitalista, dovuta ad eccesso di domanda e scarsità d’offerta, con il piccolo particolare che stiamo parlando di relazioni umane. E i maschi? Come prima, ma peggio, anche loro. Ostentazione, cattivo gusto, esposizione spasmodica del proprio corpo, violenza. Tra tanti discorsi e tanti tentativi falliti di sensibilizzazione, l’uomo del 2025 è il più cacciatore della storia, e il bello è che la colpa non è sua. La colpa è del sistema.
Da ambo i lati proliferano ghosting, breadcrumbing, e tutti gli altri fenomeni che rendono la controparte mera oggettistica usa e getta in funzione all’opportunità e sulla base dell’opportunismo. E il sentimento? Si è estinto, non sussiste più, se non in rare eccezioni. Non possiamo avere un dato relativo alla nostra generazione (è presto), ma quello relativo alla generazione precedente parla chiaro: una stima ISTAT ci dice che il numero di coppie unite e scoppiate tra il 1980 e il 2010 (in un lasso di tempo di 30 anni) equivale, a grandi linee, al numero di quelle formate e separate tra il 2010 e il 2024, quindi in soli 14 anni.
Per quanto riguarda il futuro allora rimarremo tutti soli? Speriamo di no, ma ad oggi ci sono i presupposti, se non ci impegniamo a combattere per cambiare concretamente le cose. Dobbiamo riuscire nella mission impossible di riscoprire l’amore a telefoni spenti, a portafoglio chiuso e a cervello e cuore accesi. Altrimenti saremo perduti.

