Di che parliamo? – le previsioni

Di che parliamo? – le previsioni

#8 Croonsociology

E’ da un po’ che non pubblico articoli, eppure nel primissimo periodo del nuovo anno è successo di tutto. Di certo non potevamo prevedere che dopo l’ennesimo vacuo discorso narcolettico turbodemocristiano di Mattarella una banale serata di capodanno in discoteca nella verdissima/bianchissima e ricchissima Svizzera avrebbe spezzato le vite di 40 giovanissimi. Potevamo però prevedere che i media si sarebbero concentrati su questa strage, strafottendosene dei 110 migranti che, nella stessa notte, hanno perso la vita in mare nel Canale di Sicilia. Perché le vite di serie A e di serie B non esistono: esistono le vite di ragazzini ricchissimi, altamente (e giustamente) compiante da fior fior di ministri, presidenti e star altisonanti; e poi esistono le vite che non esistono, cioè quelle degli ultimi, intendendosi per “ultimi” in questo caso particolare quelli che attraversano un deserto e poi il mare in pieno inverno, morendo alla ricerca di una nuova vita altrove, di cui non frega un cazzo a nessuno a meno che la situazione in questione non diventi carne da comizio elettorale o da business redditizio.

Non potevamo prevedere nemmeno che gli Stati Uniti avrebbero invaso il Venezuela, sovvertendone il governo e prendendo il possesso delle risorse energetiche. Anzi, a ben vedere lo potevamo prevedere. Era già tutto previsto, e non da Cocciante. Quello che non potevamo prevedere era che Donald Trump ammettesse con trasparenza cinica e spavalda le sue intenzioni. Niente liberazione, niente democrazia. Lotta al narcotraffico? Nemmeno troppo. Petrolio. Una parola facile facile. Pronunciatissima da Trump in questi giorni di tensioni, eppure insufficiente a far ricredere gli analisti liberal della politica internazionale sulle “vere intenzioni di liberazione del Venezuela”. Lasciamo perdere, non era neppure questo il punto.

Il punto è prevedere. Cos’altro possiamo prevedere, di bello e di brutto? Oggi disponiamo tutti di un mezzo efficientissimo per prevedere non tanto cosa accadrà, quanto cosa penseranno le persone, come si comporteranno, in relazione a certi fenomeni potenziali e futuri: i social network. E i segnali che ci danno sono spesso preoccupanti, perché sono segnali di vuoto cosmico. Instagram in questi giorni è un fritto misto splatter che farebbe inorridire Dario Argento. Da un lato, le notizie e i dettagli da click facile sulla tragedia di Crans, con tanto di repost continui, commenti, preghiere e condoglianze di chiunque (specialmente di gente che non può che cerca legittimazione sociale empatizzando con la gente che può, che spende e che va a sciare in Svizzera); dall’altro lato, i gossip a sfondo sessuale di Fabrizio Corona, le ragazze seminude in discoteca, le miss di OnlyFans, e tutto il resto del sottomondo da utenza italiano medio. Capite che il contrasto non ha un buon sapore. Questi post così tremendamente diversi e ognuno a suo modo orridi non figurano suggestivi o poetici. Ma rappresentano, a mio avviso, un segno dei tempi e, per tornare a quello che era il punto centrale della discussione, una proiezione del futuro.

La previsione è che diventeremo tutti scemi e insensibili? Possibile, ma non solo. La previsione più attendibile è quella che ci vede nell’immediato futuro, e peggio con il passare del tempo, come pedine di un sistema capitalista marcio che ci porterà a pensare solo e soltanto in funzione del denaro. Perché? Perché per attrarre le ragazze che vedi su Instagram ci vogliono tanti soldi (non venite a farmi discorsi femministi sulle dinamiche sociali più antiche del mondo), per andare in Svizzera a empatizzare con la gente che può ci vogliono tanti soldi (anche perché non vogliamo veramente empatizzare ma solo andare in Svizzera a fare i papponi), per le tipe di OnlyFans che fanno quello che vuoi e ti fanno risparmiare tempo e fatica ci vogliono soldi. E per entrare nello show business, nello star system, nel mondo VIP a cui oggi tutti aspirano ci vogliono un sacco di soldi.

La previsione è abbastanza chiara. Ma è davvero questo ciò che vogliamo?