#1 Crooner’s music
In questo primo capitolo della Crooner’s music si tratterà di musica italiana, o meglio italofona, giacché la prima uscita di cui mi accingo a parlare è la prima fatica discografica della Signora prodigio svizzera del rap: Pixel di Ele A. La 23enne ticinese arriva da due EP apprezzatissimi nell’ambiente degli appassionati di hip hop e non solo, Globo (2023) e Acqua (2024), che le hanno regalato un biennio di ascesa nell’Olimpo, riscuotendo la consacrazione di colonne portanti del suo genere: Guè, Fabri Fibra, Night Skinny, Mace, Neffa, Franco126, Dj Shocca e tanti altri, in ordine sparso. Pixel si configura come il passo finale dell’emersione di Ele dall’acqua del lago di Lugano verso le alte sfere del mainstream discografico, ma senza snaturarsi minimamente. Il linguaggio dei primi progetti lo conserva: le critiche all’industria, il groove e quell’attitudine aggressiva ma mai esaltata, quella penna affilata ma con l’inchiostro leggero ed elegante di una vecchia stilografica. Quello che cambia è l’apertura ai sentimenti, al lato interiore e più intimo di Eleonora, che sembra quasi prendere il sopravvento sulle metriche quadrate e scolpite che caratterizzavano la Ele A degli albori. Ed è una differenza constatabile con facilità da chi (come me) la segue dai 2000 ascoltatori mensili (oggi ne ha 700.000). Il sound trova qualche episodio più party rispetto al solito, e Night Skinny ci mette il suo notevole contributo. Per il resto rimane coerente alla corrente di suono ormai coniata dal braccio destro Disse, con qualche episodio un po’ UK garage, qualcosa di ginevrino e il boom-bap che non guasta mai. Particolare e degna di nota l’ultima traccia, Atlantide, la cui produzione piano/voce/violoncello/sax è curata dalla stessa Ele A, dove si riconoscono in modo limpido le influenze del Gemitaiz più melodico e dei vari Lil Wayne e simili. Un peccato (forse) la quantità spropositata di autotune sul melodico cantato in quest’ultima traccia, ma si è trattato indubbiamente di una scelta artistica per evitare a tutti i costi di poter essere omologata come cantante: “sono cresciuta con Biggie, non so come si fa il pop”. Tutti validi i featuring, non invadenti e ben piazzati, coerenti e in armonia con il progetto. Con le mie G ft. Guè e prod. Night Skinny potrebbe avere le carte in regola per diventare un tormentone, nonostante il livello qualitativo altissimo e impeccabile, cosa di questi tempi rarissima ma pur sempre possibile. Insomma, il flow di Ele A “ormai pesa un quintale e ti fa dire sì, ah”.
Ironia della sorte, la seconda uscita degna di nota di questo venerdì è Amor Proprio di Frah Quintale, per me il disco più riuscito (per il momento) della carriera del cantautore bresciano. Il certificato di eccellenza lo ottiene per la collaborazione con Joan Thiele, sodalizio che rappresenta ormai una garanzia della musica italiana, su un nuovo duetto dalle arie bossa nova intitolato Occhi diamanti, in continuità con Occhi da gangster, la collaborazione precedente dei due nell’ultimo album di Joan, uscito a febbraio scorso. Altro momento altissimo il brano intitolato Gelato, scritto da Franco126 e Coez e prodotto magistralmente da Ceri, che nel ritornello cita Lucio Dalla ma anche Checco Zalone, arricchendo la narrazione ironica dal groove spietato della classica relazione poco seria che finisce malissimo. Le vicende amorose rimangono il centro nevralgico delle narrazioni di Quintale, ma la capacità di rinnovarsi nel sound e nel modo di stare sulla musica non lo rendono (quasi) mai ripetitivo.
Passato l’orario notturno delle nuove uscite, quando sembra che sia tutto finito, ecco che come un fulmine a ciel sereno piomba Salmo, alle 11 del mattino, con Raptilian Freestyle pubblicato su YouTube, con un videoclip ambientato nello studio da podcasting dell’esilarante alter-ego Mr. Thunder che sembra tirare un’enorme striscia di cocaina per poi annunciare il nuovo format “364 barre” con ospite “Sandro”. Salmo sputa rime taglienti, il beat è suo ed è sublime e perfettamente cucito, non è una novità. All’inizio sembra si tratti di un esercizio di stile, ma nella parte finale arrivano i contenuti: la condanna al genocidio palestinese, l’odio verso la religione e le guerre, Vannacci e (inaspettatamente) una punchline sulla “guerriglia dopo le vacanze in barca sulla Flotilla”, che sembra essere un attacco a qualche soggetto specifico più che all’iniziativa di per sé, o magari una mera punchline senza attacchi a nessuno. Sulle ultime barre non mancano le coltellate all’industria: “vivo in un mondo musicale dove i pesci annegano e i piccioni sanno nuotare”. Mai scontato e sempre stimolante.
Infine, da notare il nuovo brano Storia di un artista firmato Nitro e Low Kidd, che chiude la trilogia di Storia di un presunto artista (2013) e Storia di un defunto artista (2015). Dopo l’inaspettato quanto apprezzato secondo capitolo di Rotten, il rapper vicentino continua il revival delle vecchie saghe, sputando nuove rime su beat sanguinosi del CEO del 333Mob. Il quadro delle storie di un artista si chiude con uno storytelling martellante e personalissimo sulle vicende che hanno illuminato, fino ad ora, la carriera di Nitro: dal freestyle ai primi concerti, dalla Machete all’incontro con Fabri Fibra (che gli “manda una cosa” e lui piange “perché la seconda strofa è vuota”), dall’invidia di alcuni colleghi alla riconoscenza di altri. Intimo e violentissimo, come solo Nitro è capace di essere.

