L’Europa della repressione del dissenso – è l’alba del totalitarismo neoliberale?

L’Europa della repressione del dissenso – è l’alba del totalitarismo neoliberale?

#15 Croonache

Totalitarismo: sistema politico autoritario, in cui tutti i poteri sono concentrati (..) in un ristretto gruppo dirigente, che tende a dominare e controllare l’intera società grazie a una ideologia ufficiale imposta attraverso il monopolio dei mezzi di comunicazione, a un controllo centralizzato dell’economia e alla repressione poliziesca. Per affrontare temi politici risulta sempre utile, per prima cosa, aprire il dizionario della Treccani e ripassare l’etimologia storica di certi termini che oggi sono stati quasi cancellati, dimenticati, al di fuori della cattedra di qualche bravo professore di storia o delle aule di giurisprudenza. Ma cosa c’entra l’Europa comunitaria – che è nata dopo i grandi conflitti mondiali con fini di equilibrio economico e politico e a cui l’Italia ha aderito accettando la “limitazione di sovranità necessaria ad assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni” (Art. 11 Costituzione) – con il totalitarismo? Oggi, verrebbe da dire, più di quanto possiamo pensare. Contestualizziamo.

Abbiamo già parlato di guerra ibrida, definendola come la fantomatica “guerra fredda 2.0” la cui nozione ufficiale è totalmente diversa non solo da quella giornalistica, ma anche da quella recentemente adottata negli atti degli organi di governo europei. Apprendiamo dal Fatto Quotidiano di oggi, 17/12, che l’alta rappresentante della politica estera e di sicurezza dell’UE Kaja Kallas ha emesso, con il benestare del Consiglio, un provvedimento che prevede il congelamento di beni e il divieto di ingresso e di transito nei paesi dell’UE per 12 personalità, tra cui l’analista strategico dell’ONU nonché ex colonnello dell’esercito svizzero Jacques Baud, “colpevoli” di essere stati “portavoce di idee filo-russe nell’ambito della guerra ibrida e di teorie complottiste sulla complicità della NATO nella guerra in Ucraina”. Teoria, quest’ultima, talmente complottista da essere stata già confermata da Angela Merkel e da Donald Trump, giusto per dirne un paio. Alla luce di questi provvedimenti (e di quelli eguali già comminati a Francesca Albanese dagli USA per la questione palestinese, con la totale inerzia e il benestare silente della stessa UE), credo che sia già chiaro perché dovremmo ricominciare a parlare di totalitarismo.

La repressione del dissenso, in ogni libro di storia, è trattata nel primo paragrafo del capitolo sui regimi totalitari, e la direzione che oggi stiamo prendendo è quella di una repressione silenziosa ma già tangibile. L’ideologia ufficiale imposta con il monopolio dei mezzi di comunicazione è il primo step a cui ci stiamo pericolosamente avvicinando. A riguardo Lucio Caracciolo, direttore di Limes e attualmente alle prese con un terremoto interno alla sua redazione dovuto al fatto che le alte sfere non apprezzano la linea oggettiva e le critiche all’Ucraina e all’occidente mosse dal mensile, è stato coraggioso ed estremamente lucido: “è tempo di propaganda”, ha detto. E la scelta di utilizzare il termine “propaganda” non più per la Russia ma per le condotte dell’occidente, appare azzeccata e lungimirante nella sua inevitabile scomodità.

Sarà forse l’effetto del fatto che chi scrive è reduce da una visita, appena due giorni fa, allo spettacolare quanto spaventoso museo dei totalitarismi di Budapest, ma l’idea che siamo già entrati nel mondo orwelliano di 1984 non è facilmente removibile o confutabile. Un esempio? Provate a chiedere a un’AI qualsiasi di realizzare un’immagine che possa essere oggetto anche soltanto di una lontana interpretazione critica verso l’Unione Europea (come ho fatto io per l’illustrazione in copertina) e constatate cosa succede: “il contenuto è contrario alla nostra policy”, “mi dispiace non posso aiutarti”, “non posso esprimere contrasto agli organi politici”. La repressione è già arrivata, ma sufficientemente silente per far sì che non ce ne accorgessimo.

E’ bene ricordare, peraltro, che la libertà di espressione sancita all’Art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dall’Art. 10 della CEDU, può essere limitata solo per legge emanata dal Parlamento europeo in conformità dei criteri di necessità e proporzionalità. L’Unione, dai dati che abbiamo a disposizione, sta reprimendo il dissenso sia con delibere adottate direttamente dall’esecutivo con motivazioni illegali, sia con i mezzi informatici e di comunicazione, riducendo la visibilità delle pagine non allineate sui social nonché ai giornali ed editori che si trovano su posizioni diverse, additando chi dice cose scomode come “complice della guerra ibrida”.

Per concludere, basandoci ancora una volta sulla nozione all’inizio, la sussistenza di un ristretto gruppo dirigente che tiene in mano la (quasi) totalità dei poteri è altresì fatto inconfutabile, basti pensare alle lobby dei produttori di armi e dei fondi di investimento miliardari che da esse traggono, di questi tempi, i loro maggiori profitti, che gestiscono anche la comunicazione, i giornali e le TV. Il rischio è che l’Unione Europea si trasformi nel luogo in cui l’ideologia democratica liberista liberale e filo-occidentale diviene obbligatoria per diktat lobbistico. Giorgio Gaber l’avrebbe definita “libertà obbligatoria”. Non siamo liberi ma dobbiamo essere convinti di esserlo, pena l’accusa di alto tradimento agli affari dell’Unione. Accusa di cui oggi, qualora dovessi riceverla, andrei decisamente fiero.