Alice e le femmes fatales nello Stivale delle meraviglie – una fiaba lisergica

Alice e le femmes fatales nello Stivale delle meraviglie – una fiaba lisergica

#4 Croonsociology

Alice era una ragazza sveglia che viveva nella cittadina francese di Chamonix. Vagando per le strade della sua città, Alice, che era tanto curiosa e tanto attenta ai piccoli segnali che la natura comunicava, quelli a cui i più non facevano caso, si imbatté nel Bianconiglio. Questo tentò la fuga, sentendosi minacciato dall’appropinquarsi di Alice, ma la fanciulla era sufficientemente veloce da tenere il suo passo. I due corsero e si rincorsero fino allo sfinimento, fin quando il Bianconiglio sparì in prossimità di una grotta. Alice si fermò stupita interrogandosi su dove potesse essere finito il simpatico animaletto che stava inseguendo, finché intravide tra le frasche qualcosa di bianco. A quel punto, Alice si precipitò in corrispondenza di quelle foglie, ma ad attenderla non vi era il Bianconiglio, bensì una bottiglietta piena di Biancapolvere. Alice, che era tanto attenta, sollevò gli occhi e lesse un cartello con scritto “Monte Bianco”. A quel punto realizzò: non era davanti a una grotta, ma davanti al traforo che portava nel paese dello Stivale. E pensò anche che qualcuno le aveva raccontato che nel paese dello Stivale si consumasse molta Biancapolvere, e che questa consentisse ai suoi abitanti di compiere gesta incredibili. Si diceva addirittura che nello Stivale alcuni consumatori di Biancapolvere scrivessero delle leggi al fine di violare delle altre leggi.

Alice, che non sentiva la percezione del pericolo ma, al contrario, lo stimolo irrefrenabile della curiosità, aprì la bottiglia e inspirò innocentemente. A quel punto il traforo sembrò diventare grande, grandissimo, e dal buio immenso uscì il sole. Quando smise di girarle la testa, sentendo sul suo volto l’aria calda e i raggi del sole, Alice capì di essersi teletrasportata direttamente nel paese dello Stivale.

Alice andò allora a sedersi al primo bar che vide. Poggiata su una sedia all’ingresso del bar vi era una radio, e colui che parlava diceva di chiamarsi Cappellaio Matto, e sembrava veramente matto. Nella sua trasmissione radiofonica, il Cappellaio diceva oscenità, battute di pessimo gusto, blaterava stereotipi e frasi ignoranti, ma ad Alice sembrò tanto simpatico, perché capì subito che non si prendeva mai sul serio. Al momento di annunciare l’ospite della puntata, il Cappellaio urlò: “diamo il benvenuto alla Regina di cuori!”. Quel nome, ad Alice, non suonava per niente nuovo, e presto ricordò.

La Regina di cuori era una ragazza coraggiosa che aveva denunciato di aver subìto un abuso nella sua città, che si trovava proprio nella punta dello stivale, lì dove fanno 40 gradi all’ombra. Alice aveva sentito la notizia al telegiornale e ne era rimasta molto colpita. Ascoltando la terribile conversazione tra il Cappellaio e la Regina di cuori, tuttavia, Alice si rese presto conto che vi erano state delle evoluzioni nella vicenda, folli e intricate quanto basta per comporre la cronaca ordinaria dello Stivale. Infatti, la Regina di cuori, dopo che i suoi abusatori erano stati condannati alla prigione, aveva aperto un business di prostituzione virtuale, e aveva sfruttato il fattaccio a lei capitato per farsi pubblicità. Alice non si meravigliò più di tanto. Le avevano sempre detto che, nel paese dello Stivale, la Biancapolvere facesse fare cose strane alle persone.

A quel punto, Alice andò dal barista, incuriosita ma anche un po’ preoccupata, e gli chiese di dirle di più sulla Regina di cuori. Il barista, con un sorrisone e una voce roca che accompagnava un accento marcato, rispose: “la Regina di cuori viene dalla mia stessa città”. Alice l’aveva già capito, quell’accento non lasciava dubbi. Il barista continuò: “quello che forse tu non sai, fanciulla, è che la scorsa settimana la Regina di cuori è stata intercettata al telefono con uno che si fa chiamare il Ghiro, uno che fa i podcast e che viene da una zona remota e temuta dello Stivale, ove dicono che ci siano soltanto pistoleri e cowboy: lo Sperone. In pratica, secondo le intercettazioni, lei avrebbe detto al Ghiro che in realtà aveva fatto quella fuitina con quei ragazzi solo per pubblicizzare il suo business di prostituzione virtuale, e che all’inizio era totalmente consenziente, anche se poi la situazione forse è degenerata”. Alice, a quel punto, sbiancò. “Come possono gli stivaliani combinare questo genere di casini?” si interrogò Alice, che era piccola ma sufficientemente preparata sulle regole dell’educazione sentimentale e sessuale, giacché nella sua scuola, a Chamonix, si studiava già dalle medie. Aveva sentito dire, peraltro, che in Italia questa materia non esisteva, perché i preti della chiesa la trovavano scandalosa.

Decise di fare una passeggiata ed entrando nel cuore della città vide degli schermi che trasmettevano le notizie dell’ultima ora, e sbiancò nuovamente: lo schermo comunicava che due famose attiviste del femminismo, Duchessa e Marzolina, erano finite sotto indagine dal tribunale della legge penale, perché avevano bullizzato un giovane uomo fino a fargli tentare il suicidio, in ragione del loro credo femminista, e perché avevano minacciato e insultato alcune autorità dello Stivale, tra cui il Presidente dello Stivale in persona. Alice del femminismo sapeva poco, ma era convinta che fosse giusto sostenere sempre le persone più deboli o le persone che subiscono discriminazioni. Per questo, davanti a quello schermo gigante, si interrogò a lungo su quali potessero essere le ragioni che portano due persone che combattono per i diritti a ledere i diritti di qualcun altro, fino al punto di convincerlo a togliersi la vita. Alice, questa volta, non rimase neutra ma si arrabbiò: “perché in questo posto, tanto luminoso e tanto accogliente, regna l’ingiustizia?”

Non fu facile per Alice trovare una risposta a questa domanda. Però cominciò a sentire caldo, e forse capì che il paese dello Stivale aveva qualcosa di difettoso nel profondo. Soffriva di una patologia, quel paese così strano e soleggiato.

A quel punto, Alice decise di reincamminarsi verso il traforo, per prendere il bus che la avrebbe facilmente riportata a casa dall’altra parte del Monte. Eppure si fermò, di nuovo, davanti allo stesso bar. Alla radio adesso c’era il Grande Giudice dello stivale, un uomo di cui aveva tanto sentito parlare alla TV francese, e che era indubbiamente molto importante. Il Grande Giudice tuonò: “sul caso della Duchessa e della Marzolina non ho molto da dirvi, se non che il nazifemminismo è un fatto umano, e quindi ha avuto un inizio e avrà una fine”. Le parole del Grande Giudice sembravano, in qualche modo e almeno in parte, rassicuranti. Ma Alice continuava a interrogarsi sul perché una corrente ideologica volta a difendere e tutelare i diritti di qualcuno, come il femminismo, potesse essere associata all’ideologia politica che, più di tutte, ha annullato i diritti. Non si spiegava come il nazismo potesse essere collegato al femminismo, finché non ricordò le parole di un suo anziano maestro, poi andato in pensione, che alle elementari era solito ripetere che ogni buona causa, portata alla sua estremizzazione, diventa una causa cattiva. Si soffermò un momento e poi comprese perfettamente.

Prima di incamminarsi verso la fermata, Alice ascoltò le ultime parole del discorso del Grande Giudice alla radio: “sul caso della Regina di cuori, non ho niente da dirvi. E’ l’etica che si può tirare in ballo, ma non il diritto, poiché il codice delle leggi penali dello Stivale statuisce che se il consenso all’inizio c’era e poi viene meno, l’abuso sussiste ugualmente”. Il giudice aveva ragione, e Alice lo sapeva, ma si interrogò un’ultima volta su come potesse davvero esistere una separazione così netta tra etica e diritto. Lei aveva già sentito parlare di quella divisione a scuola, (i transalpini in giovanissima età studiavano già pure il diritto) e sapeva che esisteva già nel codice penale napoleonico. Eppure le sembrava che nel mondo reale l’etica e la morale fossero sempre state alla base della convivenza civile, come scrivevano i filosofi Locke e Rousseau. “Questo è un ossimoro, ma sono troppo stanca per rifletterci…” pensò.

A quel punto Alice riprese il passo e si incamminò verso la fermata. Salì sull’autobus per Chamonix e si addormentò.

*grazie a Gery Palazzotto e alle nostre mitiche conversazioni su Lewis Carroll per avermi dato l’idea

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