Ribellione perduta e bisogni social. Dove sta il nesso?

Ribellione perduta e bisogni social. Dove sta il nesso?

#1 Croonsociology

Diluvia. Sufficientemente forte da indurre chi scrive a elaborare tesi strampalate sull’esistenza di un fil rouge (incartato nella fibra ottica) che collega in qualche modo, tra loro, alcuni fra gli aspetti socio-politici che sono maggiormente cambiati (in peggio) negli ultimi decenni.

Ribellione. Parola affascinante ma senza particolari aspetti etimologici se non il verbo latino rebello, coerente con il significato odierno: combattere. Nella nostra storia recente, la ribellione è stata la madre di tutte le libertà: nel 45 ci siamo ribellati al fascismo e nel 48 abbiamo ottenuto la Costituzione, la più bella lista di diritti e libertà (non attuate) al mondo; nel 70 ci siamo ribellati alla Chiesa cattolica conservatrice e abbiamo ottenuto il divorzio; nel 78 ci siamo ri-ribellati, con maggiore violenza, alla chiesa cattolica imperatrice e abbiamo ottenuto il diritto all’aborto; nell’81 ci siamo ribellati al maschilismo e abbiamo cancellato la vergogna del delitto d’onore; nel 92 ci siamo ribellati, finalmente, a furor di popolo e sulle orme dei martiri Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, alla mafia, alla mafia delle stragi e a quella degli apparati dello stato, ad Andreotti e alla DC, e nel 94 abbiamo avuto Berlusconi. Alt. Questa rassegna non doveva finire così, ma nelle migliori storie di ribellione e libertà c’è sempre qualcosa che va storto: vedi la Russia, che è passata dal Lenin della Rivoluzione d’Ottobre a Putin. O la Francia che è passata da Napoleone a Macron. Sto esagerando e questa è un’altra storia, meglio tornare al main topic.

La ribellione è necessaria, fondamentale e sacra per lo sviluppo intellettuale e sociale dell’essere umano. Non vi è libertà che non sia stata conquistata con la ribellione. Tranne quella americana, ma come diceva il caro Gaber, “non c’è niente che sgretola l’individuo come quella libertà lì”, la celebre “libertà obbligatoria”. Oggi cosa sia la ribellione l’hanno dimenticato tutti. Il primo atto di ribellione, in un paese uscito dal fascismo 80 anni fa (e che ogni tanto rischia di ricaderci), dovrebbe essere andare a votare, ma alle urne non va più nessuno, che si chieda di eleggere nuovi rappresentanti o che si chiedano migliori condizioni per i lavoratori. Non ci vanno nemmeno i lavoratori. La libertà nel piatto d’argento sta forse cercando di dirci che era meglio quando ne avevamo un po’ meno? Perché neppure gli adolescenti si ribellano più ai genitori, coccolati nella bambagia di mamma chioccia, ed è in rerum natura: un adolescente che non si ribella diventerà un elettore asservito, una pedina del sistema e un ergastolano del suo pensiero, che rimarrà per sempre prigioniero nelle gabbie di ciò che conviene a chi gli dà da mangiare, che siano datori di lavoro, genitori, zie ereditiere o politicanti.

Tuttavia, ogni tanto sembra esserci un rigurgito. Un ritorno alla voglia di combattere, di farsi sentire. I 5 milioni di italiani scesi in piazza nei due scioperi generali contro il genocidio palestinese e in sostegno alla Global Sumud Flotilla hanno fatto tremare i polsi di chi sperava che l’animo per le giuste cause degli italiani fosse ormai da considerarsi morto e sepolto, il che è stato bellissimo. Ma chi scrive ha il dovere di porsi sempre delle domande, e anche di essere un po’ guastafeste, se è il caso. Non è che nelle piazze c’erano tutte queste persone perché, a differenza di tante proteste su temi differenti, era pieno di giovani? E non è che questi giovani sono scesi in piazza solo perché la protesta era diventata il trend del momento? Non è che, come dice Jake La Furia, hanno deciso di partecipare “perché non conta più essere, conta esserci”? La mia risposta è democristiana: fifty-fifty.

Qui entra in gioco il tema dei c.d. bisogni social. Una breve premessa è doverosa: quando i costituenti decisero di istituire le regioni, affermarono che il ruolo di queste sarebbe stato quello di assolvere in modo decentrato ai bisogni sociali dei cittadini. Quando si parla di bisogni sociali si pensa subito al lavoro, ai diritti, al sostentamento, alla libertà e quindi, intrinsecamente, a qualcosa di strettamente collegato alla ribellione. Oggi i bisogni sono diventati bisogni social: lavorare non per mettere su famiglia e per partecipare allo sviluppo economico, ma per esibire e ostentare ricchezza e beni materiali; studiare non per farsi una cultura ma allo scopo esclusivo di lavorare (con i fini di cui sopra) o in alternativa per millantare uno status; fare cose che fanno tutti, per esserci, appunto, e mai per essere. E tutto, nel profondo inconfessabile delle idee e su suggerimento dei peggiori psicanalisti moderni, sempre, solo e soltanto per se stessi. Anticonformismo non è mai stata così tanto una parolaccia. Forse è per questo che oggi l’adolescente “di buona famiglia” preferisce farsi raccattare a scuola dal genitore con il SUV da 70.000 euro (in leasing 248 rate) piuttosto che ribellarsi e ottenere la sua libertà cavalcando un motorino sgangherato. Comodo per i genitori, che crescono degli yes men e delle yes women, e conveniente per i figli e per le figlie, che rendono così appariscente fino al vomito la propria immagine. Oserei dire, come il mio concittadino Ficarra, “troppo comodo, troppo facile e troppo semplice”.

Il tramonto dei ribelli è allora strettamente collegato allo stile di vita moderno dell’esserci a tutti i costi, in cui anche un atto apparentemente di ribellione, di contrasto al sistema, può facilmente diventare un atto di omologazione. La spinta social può essere più forte dello spirito di partecipazione, anzi, quasi sempre lo è. Ma dobbiamo comprendere e far comprendere che questo tramonto rappresenterà un problema non appena ci renderemo conto davvero che abbiamo ancora molto da conquistare e che nessuno vorrà mettersi più in gioco per raggiungere queste conquiste. A meno che la conquista in questione non diventi trend.

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