L’orchestra del materialismo suona, il mondo affonda (where is the bomba?)

L’orchestra del materialismo suona, il mondo affonda (where is the bomba?)

Premessa: questo articolo potrebbe essere inserito in tutte le categorie di questo blog (cronache politiche, sociologia e musica) o in nessuna, ma non è rilevante. Nell’epoca dei DDL antisemitismo e di simili cialtronate progettate ad hoc per impedire a chi scrive e a chi parla di criticare stragisti di guerra e venditori di bombe, dovremmo solo volgere il pensiero all’appena passato 4 marzo per statuire che “il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare e non lo puoi recintare”. Ma come possiamo parlare il linguaggio di Lucio Dalla nell’epoca di Sal Da Vinci?

Dalla rassegna sonora dei fiori liguri siam partiti, se ci fate caso, nel titolo di quest’articolo. Nello specifico, dalla miriade di riflessioni che possono sorgere dalla frase “l’orchestra suona e il mondo affonda, where is mi tromba?” Pronunciata dal giovanissimo artista genovese Sayf, accompagnato da Britti e Biondi in versione Blues Brothers, nella splendida esibizione nella serata cover di Sanremo (indubbiamente l’unica riuscita dell’intera soporifera e piattissima rassegna). In quel contesto l’orchestra e la tromba erano la sinfonia del divertimento, quindi la rappresentazione metaforica del suono che, sviluppando in chi ascolta emozioni positive, rende più semplice l’amnesia collettiva concernente tutto il resto. Ma Sayf ha fatto un monito: noi stiamo cantando, ci stiamo divertendo, ma nel frattempo qualcuno sta bombardando l’Iran e il Libano e poco prima bombardava la Palestina, teniamolo a mente.

Lasciamoci ora alle spalle le canzonette e poniamoci un nuovo interrogativo: al giorno d’oggi, non appena finisce il festival di Sanremo, qual è la vera scintilla dell’amnesia collettiva, la vera goccia che fa traboccare il vaso dell’umanità rendendoci (anche involontariamente) servi di un sistema malato e guerrafondaio, trasformandoci in schiavi della nostra immagine e del nostro egocentrismo? Il materialismo, ovviamente. Il materialismo ha come suo presupposto un’inevitabile componente di egoismo, perché siamo tutti materialisti per le cose nostre, mica per quelle degli altri. Dunque, finché un problema, anche se di dimensioni inimmaginabili, non tange il nostro orticello, chi cazzo se ne frega.

Dobbiamo pure essere intellettualmente onesti. Non è facile capire, per tutti noi che siamo cresciuti a pane e vizi, che ogni euro speso in puttanate patinate, magari in vestiti firmati o trucchi, solo ed esclusivamente per essere accettati con occhi più luccicanti da una collettività, può essere speso meglio sia per noi stessi sia, soprattutto, per gli altri. Del resto, la beneficenza, l’attivismo, l’aiuto a chi ha bisogno non sono mai state prerogative particolarmente promosse dagli stati neoliberisti, in particolare dal nostro. E non è facile neppure comprendere che l’80% delle multinazionali che giornalmente sovvenzioniamo per assecondare i nostri futili bisogni secondari reinveste i capitali in strumenti di morte. Se c’è una guerra, c’è un sistema industriale marcio che ha bisogno di fare quella guerra per sopravvivere. Nel 2026 i motivi di religione, di “democrazia”, di “libertà” risultano ridicoli e anacronistici come un portauovo a tavola. Per carità, verum est che in Iran è stato rovesciato (sulla carta e solo sulla carta, per il momento) un regime sanguinario terribile, ma è anche vero che nessuno avrebbe bombardato se non ci fossero stati di mezzo gli interessi industriali e il petrolio. Come sempre, d’altronde.

A questo punto un’ulteriore domanda: ai cittadini occidentali interessa qualcosa di tutto ciò? Assolutamente no, giacché il materialismo non è solo egoista ma anche strafottente, per definizione e per effetto della componente egoistica stessa. Se questa “orchestra” capitalista che ci consente di vivere occupandoci e preoccupandoci solo del lusso, dell’apparenza e delle nostre posizioni di potere smettesse, all’improvviso, di suonare, che succederebbe? Meglio, in che modo potrebbe succedere? Uno scenario, nel giorno in cui scrivo, sembra paradossalmente più vicino alla realtà che alla fantasia: il Qatar chiude il passaggio del petrolio, gli Ayatollah fermano ad Hormuz le navi mercantili che trasportano tutte le merci cinesi che ci vengono vendute come prodotti di prima qualità, e rompiamo il sistema. Niente più petrolio per accendere le nostre belle macchine, niente più consumismo in ambito di moda, fast-fashion ma pure slow, niente più possibilità di comprare minchiate per colmare il nulla che ci portiamo dentro. Aria pulita, biciclette, abiti artigianali, oggettistica artigianale, botteghe, salumerie! Quanto è bella l’utopia.

Ecco, per quanto lo scenario geopolitico attuale sia molto simile a quello descritto sopra, al capitalismo non basterà questo per scomparire. Potrebbe di certo migliorare qualcosa, ma potrebbe anche peggiorare molto qualora gli stati dovessero continuare ad agire in sistematica violazione del diritto internazionale. Ogni azione provoca una reazione sempre peggiore. Nel frattempo ci compreremo un po’ di minchiate e continueremo a far finta di niente.

N.p.a. Per motivi di ordine l’articolo verrà collocato in Croonsociology