Corte dei ponti, toghe rosse, finti tonti, fasci ignoranti superbi, carriere e Di Pietro

Corte dei ponti, toghe rosse, finti tonti, fasci ignoranti superbi, carriere e Di Pietro

#8 Croonache

Sono giorni caldi per l’Italia, giorni in cui si parla di riforme e di grandi infrastrutture, che possiedono tuttavia due comuni denominatori: l’inutilità e il rischio di rovesciare l’ordine democratico.

Ieri, 29 ottobre, la Corte dei conti ha bloccato il progetto del Ponte sullo stretto per irregolarità giuridiche ed economiche. Giorgia Meloni non ci ha visto più e ha tuonato: “è l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del governo e del parlamento”; non da meno Antonio Tajani, il quale afferma che “non è ammissibile che in un paese democratico la magistratura contabile decida quali siano le opere strategiche da realizzare”.

Ebbene, inizierei a commentare proprio le parole di Tajani, ancor prima di quelle del presidente del consiglio. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il ministro degli esteri, nonostante la laurea in giurisprudenza, non sia proprio una cima quando si parla di diritto. Del resto, lui è quello del diritto che “importa fino a un certo punto”, e oggi ci ha regalato un nuovo episodio della sua particolarissima visione. L’Art. 100 della Costituzione (non proprio difficile da ricordare) statuisce che la corte dei conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo e sulla gestione del bilancio dello Stato. E soprattutto, al comma 2, assicura l’indipendenza della Corte dei conti (e del Consiglio di stato) e dei loro componenti. Quindi, non è che la Corte decide quali opere realizzare e quali no, semplicemente blocca un progetto nel momento in cui non è possibile fornire il visto per la delibera CIPESS, ossia il documento sulla compatibilità, sostenibilità e strategicità di un’opera pubblica. E perché questa delibera non viene emanata? Principalmente perché il progetto economico fa acqua da tutte le parti, perché vi sono ambiti di intervento totalmente non definiti, perché c’è il rischio, o meglio l’accondiscendenza, ad infiltrazioni mafiose, e perché (sarebbe ragionevole pensarlo) il sud ha altre priorità. Per farla breve, i magistrati contabili hanno agito nel diritto e per il diritto, secondo le norme costituzionali che disciplinano il loro lavoro. Ma Tajani avrebbe bisogno di ritornare all’università, ogni tanto.

Per quanto riguarda le parole della Meloni c’è davvero poco da dire. Parla di giurisdizione ma non sa cosa vuol dire, perché l’ambito giurisdizionale in cui opera la Corte dei conti è esattamente, in base alla costituzione, quello in cui ha operato in queste circostanze, e i giudici non hanno invaso proprio nulla visto che il loro lavoro è quello di controllare la legittimità degli atti del governo. Ma mi rendo conto che non si potrebbe spiegare a una che dice sempre “non prendo lezioni” o “non accetto lezioni da nessuno”. Infatti. Si vede. La superbia insita nell’ignoranza di questo e di altri soggetti raggiunge vette talvolta inaspettate.

Da non sottovalutare, inoltre, l’esilarante reazione dei giornalisti destrorsi. Daniele Capezzone, il caporedattore di Libero, scrive: “non ricordo di aver votato nelle urne per la Corte dei conti” e ancora “è impensabile che le autorità giurisdizionali pretendano di fare politica”. Poverino, vorrebbe un mondo in cui i magistrati si votano alle urne, si sente orfano di democrazia, con tutto che il suo giornale si occupa principalmente di sostenere la causa di fascisti e anti-democratici. Proprio coerente.

Insomma, siamo alle solite. I capi destrorsi e i sudditi analfabeti accusano le “toghe rosse”, e nel frattempo, proprio nell’ordine dell’epurazione della magistratura, parlamento e governo portano avanti la riforma della giustizia. E anche di questa è almeno doveroso parlare.

La riforma Nordio sulla separazione delle carriere si occupa sì di separazione delle carriere, ma (sicut Tajani dixit) fino a un certo punto. Come ha fatto più volte notare il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, il passaggio da magistratura giudicante a requirente viene chiesto dallo 0,2% dei magistrati e implica una serie di condizioni e di adempimenti complicatissimi, tra cui lo spostarsi in un’altra regione. Nordio e gli altri vogliono cambiare, invero, altri aspetti interni della magistratura, e stanno agendo in modo decisamente pericoloso: vogliono creare due CSM separati per PM e giudici con la metà (non più un terzo) dei componenti nominata dal parlamento (per entrambi gli organi, con un’influenza politica quindi più che raddoppiata) e soprattutto, vogliono istituire una Alta corte disciplinare della pubblica accusa, con membri nominati, per metà, dal parlamento. Un’atroce realizzazione del desiderio berlusconiano di sottomettere completamente la magistratura alla politica, annullando di fatto l’Art. 104 della Costituzione.

In questo marasma in cui ogni magistrato degno e con un intelletto mediamente sviluppato (Gratteri, Di Matteo, Lo Voi, Scarpinato…) si è espresso contro la follia di questa riforma, insieme alla totalità del CSM e dell’ANM, salta all’occhio, redivivo, un (ex) magistrato che invece è d’accordo e sostiene la riforma: costui è Antonio Di Pietro. Il signor mani pulite, trenta e passa anni dopo le inchieste di cui fu protagonista che portarono l’Italia da quinta potenza mondiale a fanalino di coda dell’economia occidentale, e che, rovesciando la prima repubblica, aprirono la strada a Berlusconi e a tutta la destra, ci fa sapere che trova condivisibile la nuova riforma perché “è importante ridurre il correntismo nella magistratura”. Sono d’accordissimo, ma lui è un magistrato che ha fatto il politico, quindi massima espressione del peggior correntismo. Consentitemi di trovare perlomeno strano che uno come Di Pietro sia contro le c.d. “Porte girevoli”, dato che lui ha preso direttamente l’ascensore. Ma è il segno dei tempi.

Di Pietro, non a caso, ha due cose in comune con Giorgia Meloni: entrambi sono stati spinti da poteri fortissimi (Giorgia da Berlusconi e Di Pietro dalla CIA) e sono rimasti fedeli e umili servi del potere fortissimo che gli ha permesso di emergere, anche se una a destra e l’altro (più o meno) a sinistra. Parliamoci chiaro, tutto lo schifo che stiamo vedendo oggi è figlio dell’operato del Di Pietro magistrato, che dopo la famigerata cena della caserma del 1992 con gli agenti di Washington mise a processo tutto il vecchio sistema politico (che era indubbiamente corrotto anche se meno corrotto di quello odierno) reo di aver reso troppo forti socialisti e comunisti e di aver reso l’Italia una potenza e non più un’umile serva. E’ solo grazie a lui se Berlusconi, benvoluto dalla mafia e dall’America, è sceso in politica, ed è solo grazie a lui se Berlusconi, decenni dopo la caduta del duce, ha riportato i fascisti al governo. E’ tutto molto ben collegato.

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