Cronistoria della fragilità fino alla furia bellicista (è un attimo)

Cronistoria della fragilità fino alla furia bellicista (è un attimo)

#2 Croonsociology

Premessa: l’idea di questo articolo nasce da un articolo (ripetizione necessaria) pubblicato da Franco Arminio su Repubblica di oggi, 20 ottobre, e dalla lettura di questo, brevissima, ironica ma fortemente condivisibile de Il Quarto Podere, pagina meravigliosa che si occupa “del meglio del peggio del giornalismo italiano” e che consiglio a chiunque di seguire.

E’ ora di introdurre a scuola l’ora della fragilità”, questo il titolo giornalistico con cui mi sono svegliato oggi. L’autore dell’articolo, su Repubblica, espone la sua tesi secondo cui la fragilità dovrebbe essere divulgata e valorizzata anche a livello scolastico, in un’era che egli definisce “il festival della forza”. Nulla da dire sull’importanza della tutela della fragilità, molto da dire, invece, sul secondo assunto, ma andiamo a ritroso.

Vi fu un tempo in cui la fragilità non era contemplata. Gli stenti di due guerre mondiali, la fatica per rinsavire dal tracollo economico e per liberarsi dai totalitarismi forgiarono la c.d. Generazione di ferro, e tra coloro che appartengono a questa generazione il concetto di fragilità non è mai stato concepito o concepibile, tanto meno definibile. Parmenideamente, era qualcosa che non c’era e che non ci poteva essere.

Poi arrivò la democrazia, le costituzioni, il lavoro, il boom economico e con questo, una progressiva apertura all’istruzione dei nuovi pargoli e, conseguentemente, allo studio della letteratura, della filosofia e infine (si parla chiaramente di propensione allo studio delle persone comuni) della psicologia. In Italia, verosimilmente, sono dovuti trascorrere almeno 45-50 anni dalla fine della guerra al sorgere di una possibilità di accettare socialmente la fragilità, intendendosi per fragilità il concetto di delicatezza o vulnerabilità emotiva, psicologica o fisica. La cultura del machismo ha avuto la meglio per tutto il novecento, così come quella del seguire le mode come parametro assiologico assoluto del proprio lifestyle. Erano modi per nascondere la fragilità? Assolutamente sì, solo che non lo sapevamo.

Per comprendere meglio quest’evoluzione, è interessante notare alcuni checkpoint nell’arte musicale (che rinnova i popoli e ne rivela la vita) rilevante per la cultura di massa. Il primo inno universale alla fragilità è forse Fragile di Sting, uscita nel 1987, che però tratta un tipo di fragilità ancora troppo generale e scontato rispetto ai caratteri in cui la riconosciamo oggi. Lì si parla della fragilità della vita umana rispetto alla morte, topos della letteratura filosofica più o meno da quando esiste l’uomo sulla terra. Da Fragile, dobbiamo invece attendere nove anni per la pubblicazione, questa volta (con orgoglio) dalla penna sopraffina dell’italianissimo e sicilianissimo Franco Battiato, del più completo inno alla fragilità della storia musicale (e forse anche della letteratura in generale). Si parla, ovviamente, de La Cura. In quel testo c’è l’extended version della nozione più completa che si potrebbe dare dell’accezione odierna di fragilità: le paure, le ipocondrie, i turbamenti, gli sbalzi d’umore, i dolori, le ossessioni e le manie. L’essere fragile diventa “essere speciale”, siamo nel 1996 e da questo momento nella nostra narrazione cambia tutto. All’inizio dei 2000 Eminem metterà sulla piazza la sua fragilità, in una nuova accezione più familiare, con pezzoni come Mockingbird o When I’m gone, ma voglio pensare che ad iniziare spiritualmente questo filone condizionando tutti i posteri sia stato Battiato (lasciatemelo credere).

Ma i concetti e le culture, talvolta, possono essere come i titoli azionari: avere dei picchi straordinari e poi crollare di botto. L’ultimo picco straordinario dell’elogio alla fragilità è stato L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia, volume strepitoso in cui l’autore insegna ai suoi lettori/discepoli come trattare con la fragilità sulle orme dell’eredità di Giacomo Leopardi, il poeta fragile per eccellenza. Questo volume esce nel 2016, e dopo cosa succede? Emotività normalizzata e sdoganata, indubbiamente. Ma tutto intorno? Turbocapitalismo, bisogni secondari che diventano primari, bisogni terziari che diventano secondari, bordello, social network che si impossessano della nostra esistenza e sbang! Pandemia. Buco nero nell’hard disk della memoria cerebrale. Traumi e panico, ansia e solitudine.

All’uscita dal Covid, la fragilità non è più solo normale, ma diventa la cosa più trendy, commerciale e commercializzabile al mondo. A fine del 2021 Nayt canta: “ho paura della società in cui vivo, per ogni cosa che hai in TV consigliano pasticche”. Dismorfofobie, insicurezze, lacrime in diretta streaming, post depressi. A furia di adagiarci nel benessere, a furia di confidare nella psicologia moderna degli analisti da social network, a furia di mettere noi stessi prima di tutto e tutti, siamo diventati la generazione più debole della storia. Non siamo più fragili, siamo diventati incapaci di reagire, inetti. Non abbiamo più le forze per combattere, sembra evidente. E adesso ci vorranno pure mandare in guerra?

Qui torniamo all’articolo di Repubblica. E’ normale sentirsi un po’ presi in giro da un giornale che passa dall’elogio quotidiano della corsa al riarmo, dall’inneggiare continuamente alla guerra contro la Russia, all’elogio alla fragilità con tanto di proposta per inserirla nella didattica curriculare. Siamo già fragili e insicuri e fa comodo a tutti, perché la nostra insicurezza ci ha reso consumisti spasmodici. Altro che “festival della forza”, stiamo vivendo il festival dell’annullamento della personalità e della capacità di rialzarci dalle cadute. Sarei più propenso ad un corso di reazione ai problemi della vita con metodi poco ortodossi, questo sì che potrebbe mettere fine alla pagliacciata della salute mentale per ricchi, volgarmente detta fragilità per trend con psicologo per status symbol.

E per finire, cari belligeranti del mondo intellettuale-giornalistico e delle multinazionali delle armi (che poi sono le stesse dell’editoria), noi abbiamo accettato di essere fragili. Siamo coscienti di essere deboli, fragili e insicuri. Ergo, la guerra contro Putin fatevela da soli. A noi non interessa, abbiamo cose più importanti a cui pensare, per fortuna. Tipo imparare a reagire ai nostri problemi e a combattere ciò che ci affligge. Ma non con i missili.

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