#4 Croonache
16 ottobre 2025, circa le 22. Nella periferia di Campo Ascolano, Pomezia, il silenzio viene bruscamente interrotto da due deflagrazioni. Un botto incredibile, un altro subito dopo. A esplodere sono l’auto del giornalista e frontman di Report Sigfrido Ranucci e quella della figlia, parcheggiate davanti casa del giornalista e imbottite con un chilo di dinamite. Per fortuna, le auto erano vuote. Nessun ferito per quella che poteva essere una strage.
Fa senso. Fa senso perché solo sei giorni prima mi trovavo alla presentazione del nuovo volume di un bravo cronista antimafia (e amico) palermitano e si era parlato di un altro attentato fallito, quello dell’Addaura ai danni di Giovanni Falcone, del 1989. La percezione in sala era che si trattasse di qualcosa di ormai molto remoto (anche se segnante) magari pure tra coloro che nel 1989 erano nati e capaci d’intendere e di volere. Del resto, di mafia stragista e simili si sente parlare soltanto al passato. Invece no. Il giornalista italiano d’inchiesta più coraggioso tra quelli viventi per poco non è saltato in aria, e la figlia con lui. Non è un incubo e non mi hanno preso nel cast di Ritorno al Futuro. Il display dell’iPhone su cui leggo la notizia dice che siamo nel 2025.
Sigfrido Ranucci, nelle sue inchieste, ha messo nel mirino mafia e servizi deviati, politica corrotta ma soprattutto le economie del potere, e il modo in cui l’economia gira a beneficio di pochissimi e ai danni di tutti gli altri, che ricomprende nella sua circolarità anche gli argomenti appena annoverati. È un personaggio incredibilmente scomodo, e su questo ci sono pochi dubbi. Sotto la nozione di antisistèma, la Treccani potrebbe serenamente allegare la sua faccia, e già solo per questo ha il diritto di essere designato alla stregua di un eroe. Sì, perché continua a lavorare in Rai nonostante la nuova direzione (volgarmente detta Telemeloni) gli abbia tolto il 90% dei poteri decisionali sulla sua trasmissione, cercando di sottometterlo alla regola, fondamentale dell’asse delle idee meloniano, per cui gli amici e gli amici degli amici non si toccano. L’hanno delegittimato e lui è andato dritto per la sua strada.
L’agguato arriva pochi giorni dopo l’annuncio delle nuove inchieste di Report, che andranno in onda dal prossimo 26 ottobre. Tra queste troviamo l’inchiesta sui finanziamenti pubblici erogati dal ministero della cultura e dal ministero dell’università, una nuova inchiesta sull’eolico mafioso fortemente promosso dalla politica e nuovi dossier sulle porcate dei grossi gruppi bancari e sui sistemi d’investimento. Viene naturale domandarsi chi ha agito e cosa può aver indotto questo qualcuno ad agire.
È facile, molto facile, pensare all’estrema destra. I fascisti sono da tempo nel mirino di Report. Basti pensare alle inchieste sui rapporti tra Casapound, Forza Nuova e apparati delle forze dell’ordine e sulle frange giovanili neofasciste. E ancor di più da quando sono al governo: non a caso, Ranucci ha già annunciato due nuove inchieste sull’altissimo comunicatore del min.cul.pop. Giuli. Oggi Giorgia Meloni “condanna fermamente” ciò che accaduto, ma non manca mai di mostrare la sua abilità nel ricalcolo oratorio della gravità degli eventi. Non a caso, Meloni condanna e parla di “atto intimidatorio”, e le stesse parole vengono usate poco dopo dal Presidente Mattarella (che non riesce più a dirne o a farne una giusta). Ebbene, un atto intimidatorio (o intimidazione che sia) è un’azione posta in essere allo scopo di indurre timore in chi la subisce. Qui si tratta di una bomba che avrebbe potuto uccidere il giornalista e la figlia, per cui sarebbe immediato pensare alla fattispecie di tentata strage. I giudici, ci fanno sapere, in verità, che non essendoci stato un timer a comandare l’ordigno, che sarebbe stato attivato manualmente quando nessuno era dentro o vicino alle auto, è più consono parlare di danneggiamento aggravato dal metodo mafioso e minaccia mafiosa. In ogni caso delle parole decisamente più pesanti rispetto a “intimidazione”, specialmente se si sta parlando di uno che di intimidazioni ne ha già ricevute più di 30 negli ultimi 4 anni. E le parole sono importanti, molto importanti. La signora presidente e il signor presidente, dopo aver delegittimato Ranucci per mezzo della Rai, sminuiscono l’accaduto con un master in comunicazione politica di massa.
L’altra strada sui mandanti, che potrebbe essere quella mafiosa, in una specie di revival del fallito attentato a Maurizio Costanzo del 1993, si ricollega invero alla prima. Fece discutere non a caso, a giugno dell’anno scorso, la richiesta di risarcimento danni per diffamazione partita da Fratelli d’Italia dopo l’inchiesta di Report sulla “Mafia a tre teste”, in cui Ranucci, Mottola e Orsi avevano scovato l’esistenza di un accordo mafioso imprenditoriale tra Cosa Nostra, Ndrangheta e Camorra fruttante in Lombardia e Lazio, sotto la sacra protezione di FdI, in cui venivano peraltro sottolineati i legami tra il padre di Giorgia Meloni e il boss di Roma Michele Senese. Senza considerare i rapporti ormai di pubblico dominio tra la fazione berlusconiana al governo e la mafia, di cui Ranucci, ovviamente, non ha dimenticato di occuparsi. Insomma, potrebbe non essere giusto qualificare il fattaccio di ieri come mero attentato politico e potrebbe essere inesatto definirlo agguato mafioso, ma è sicuramente non sbagliato identificarlo come agguato politico-mafioso.
Concludendo, che l’ipotesi di un attentato mafioso possa non fare particolare impressione a Meloni è verosimile, viste le frequentazioni dei suoi e i partiti con cui sta al governo. Sorprende invece che Mattarella, il cui fratello dalla stessa mafia è stato ammazzato, raggiunga un tale livello di “inettitudine istituzionale”, ma ormai nemmeno più di tanto. In ogni caso, la vicenda di Ranucci oggi ci sta chiedendo di aprire gli occhi, e di aprirli molto bene. Perché questi (che siano fascio-mafiosi o grandi banchieri) sono talmente capaci a tutto che potrebbero diventare capaci di tutto.

