#5 Croonsociology
Vi siete mai chiesti perché l’essere umano è affetto per definizione dalla Sindrome di Stoccolma, o in alternativa dal morbo della moglie del mafioso (scientificamente detto ibristofilia)? Chi scrive se lo chiede almeno una decina di volte al giorno, perché è talmente facile oggi ravvisare la tendenza ad essere attratti da chi produce il male (e di conseguenza può cagionarlo) che la curiosità porta naturalmente a interrogarsi su quale sia la ratio di questa follia.
Il termine ibristofilia ha un’etimologia di derivazione greca (da ύβρις e φιλία), significa amore per il superbo, per chi pecca di tracotanza. A scapito dell’etimologia, la parola non è stata coniata dai Greci nella sua formazione composita, ma figura per la prima volta come hybristophilia in alcuni studi criminologici anglosassoni degli anni 50 e viene poi sdoganata nel dizionario con gli studi dello psicologo e sessuologo neozelandese John Money, che ne fornisce la nozione definitiva: forma di devianza erotica in cui l’individuo trae eccitazione dal partner che ha commesso un crimine violento. E’ chiaro che l’ibristofilia di cui parliamo in questa sede ha un campo di significato nettamente più ampio, in un’accezione moderna e fortissimamente condizionata dal terzo millennio. Oggi risulta possibile parlare di ibristofilia anche per definire semplicemente la condotta di chi prova un qualunque tipo di attrazione verso chi è generalmente propenso a fare del male, che sia quest’ultimo un fidanzato con tendenze violente o un potente datore di lavoro con tendenze mafiose. Cambia tutto ma cambia poco.
Iniziamo dalla prima delle due categorie, quella, diciamo così, sentimentale. Se partiamo dall’assunto che apprezzare o essere attratti da qualcuno che fa del male o si vanta di farlo è contronatura in maniera lapalissiana, quale tendenza filosofica, quale malato escamotage comunicativo può avere portato molte giovani donne ad essere attratte dai delinquenti? C’è una sola risposta: TikTok, e simili. Badate bene, non sto né scherzando, né drammatizzando, né sparando puttanate sessiste. Uno studio della Huddersfield University, condotto tramite TikTok su un campione di ragazze dai 18 ai 27 anni, ha riscontrato che il 38% di queste ha espresso esplicitamente tendenze ibristofile. Un altro studio, questa volta italiano, intitolato “Hybristophilia: mama I’m in love with a criminal”, ha fatto luce su gruppi Facebook e pagine Instagram di ragazze fan di vari maschi killer resi celebri dalla cronaca. Ha poi fatto il giro del mondo anche un terzo studio, che tuttavia non risulta confermato o certificato da fonti accademiche o scientifiche, tratto da un esperimento sociale in cui un profilo Tinder (ovviamente fake) di un uomo che vantava precedenti penali avrebbe attratto oltre 800 like in 48 ore.
Ma quindi qual è la spinta che alimenta tutto questo? Per mia mamma è la mera tendenza all’autodistruzione (l’opinione della mamma è sempre doveroso riportarla), per me è abbandono o perdita collettiva dell’identità intellettuale e culturale in favore del sempiterno trend, che ormai è l’unica cosa che conta. Ma forse sono due modi per dire la stessa cosa. In fondo, perdere l’identità e l’intelligenza è la peggiore forma di autodistruzione. Adesso è diventato un po’ tutto così: se un giorno dieci influencer decidono di andare a correre, il giorno dopo tutti maratoneti; se un giorno delle giovani ragazze napoletane semianalfabete pubblicano un voiceover di Gomorra su TikTok in cui dicono di essersi innamorate di un criminale (Saviano non poteva certo prevederlo), il giorno dopo un milione di altre ragazze ammiccheranno pubblicamente all’eros irrefrenabile del delinquente. Insomma, speravo de morì prima.
Sarà per questo che oggi i social pullulano di ragazzini che vogliono fare i gangster. E sarà sempre per questo se giovanissimi uomini sparano e uccidono per le strade, per sport. Perché nel mondo postmoderno della polarizzazione totale e dell’estremizzazione dilagante, la trasgressione adolescenziale e post-adolescenziale si esplica sparando o partecipando alle risse. Era leggermente meglio quando bastava sfracellarsi impennando con i motorini per essere visti come fighi o trasgressori, ma soprattutto come coraggiosi. Si dovrebbe diffondere, più in generale, il concetto sacrosanto per cui non ci vogliono le palle per fare i reati, ci vogliono le palle per lavorare, e questa frase la canta un rapper a mio avviso formidabile, nonché ormai celeberrimo idolo musicale proprio della generazione TikTok filo-criminale: Geolier (la canzone è Ricchezza). Se solo lo si ascoltasse con un poco di attenzione, uscendo dalle hit in trend. Sempre sto cazzo di trend.
Vorrei trattare ora, brevemente, il secondo punto che ci eravamo prefissati all’inizio dell’articolo. La tendenza ad amare il male non si manifesta solo nell’ambito sentimentale ma anche in quello lavorativo, economico e politico. E voi direte: “in che senso?” Nel senso che, se per esempio vivi in un posto in cui per accaparrarti un buon posto di lavoro non devi studiare e formarti con valida esperienza ma devi promettere il voto ad un politico mafioso, non solo ti va bene e lo voti pure, ma porti avanti il suo credo politico benedicendolo come se il suo partito fosse il tuo. Ad un sistema del genere non ci si ribella solo perché si ha paura delle ritorsioni? A mio avviso, al timore della vendetta politico-mafiosa si aggiunge quell’alone di fascino che circonda oggi ogni uomo di potere che maneggia e fa girare tanta moneta, che nel profondo più è criminale e più ti piace.
E non per forza si deve trattare di un politico. Può essere anche un semplice capo d’ufficio, o il dominus dello studio legale in cui stai facendo tirocinio. Più è figlio di puttana con i terzi e più lo ami, finché non inizia (come natura vuole) a fare il figlio di puttana anche con te. A quel punto se sei normale scappi, se sei ibristofilo continui a idolatrarlo all’infinito nella speranza di avere, in futuro, un trattamento migliore.
Ma sapete alla fine della storia dove si va a parare? Il fidanzato con tendenze di gelosia tossica che ti fa sentire “protetta” un giorno inizierà a menarti, quello che si atteggia a boss e ti conquista con il “carisma” poi vedrai che si prende troppo sul serio e se lo bevono, e il capo d’ufficio infame alla fine darà il ruolo migliore al figlio di un amico suo, che sarà anche l’unica persona a non aver mai subìto angherie dentro quell’ufficio, a differenza di voi poveri cristi comuni mortali.
E allora cerchiamo di imparare nuovamente ad essere sani e giusti con noi stessi, e a non farci condizionare da spifferi maleodoranti e correnti tossiche che entrano dalle porte dei social e si incanalano pericolosamente verso le finestre aperte dal capitalismo, che si tratti dei social o delle quattro mura di un ufficio.

