#12 Croonache
Questo articolo inizia con una domanda semplice: siamo davvero diventati stupidi al punto da non essere capaci di elaborare un ragionamento con la nostra testa, con le nostre conoscenze e con la nostra cultura, per poi tradurlo, se è il caso, nell’espressione di un voto? Secondo certi esponenti politici e secondo certi giornalisti, la risposta è sì, ma non facciamoci fottere.
Da una settimana circa prolifera, sui giornali, sui social e sulle televisioni, un dibattito particolare sulla riforma per la separazione delle carriere, che nasce da una domanda che già di per sé è immotivata, insulsa, inutile e pure un po’ irrispettosa: cosa penserebbero Falcone e Borsellino della riforma della giustizia di Nordio?
Punto primo. Da quale mente geniale può affiorare l’idea che due grandi giudici morti ammazzati nel 1992 possano dare un’opinione attuale su una riforma del 2025? In questi 33 anni il Codice penale e il Codice di procedura hanno subìto decine di modifiche legislative e i computer sono passati da essere meri archivi di dati (da far sparire con mano lesta) a guidare le nostre auto e la nostra coscienza. È cambiato il mondo. Ma andiamo nel particolare.
Le comiche giornalistiche italiane, per avvalorare l’una o l’altra tesi (il sì o il no al referendum), da destra a sinistra, hanno iniziato a riportare incasinate presunte dichiarazioni dei giudici Falcone e Borsellino sull’idea di una possibile separazione delle carriere, sparando una quantità di minchiate degna di un cinepanettone dei primi anni 2000 e facendosi il fact (anzi il fake) checking a vicenda all’unico fine di grigliare altre cavolate sul fuoco mediatico.
Già Repubblica, in varie occasioni, aveva riportato varie idee sul perché i due giudici avrebbero sostenuto il no. Ma la grande porcata (duole dirlo) questa volta l’ha fatta Il Fatto Quotidiano, riportando interviste totalmente false del 1991 e del 1992, in cui i due giudici si sarebbero espressi contro la separazione delle carriere. E la figura peggiore l’ha fatta il Procuratore Gratteri, che ha riletto le dichiarazioni riportate dal Fatto in prima serata su Rai3 senza constatarne la veridicità, avvalorando così, involontariamente, la tesi del sì e, soprattutto, spalancando la porta alla comunicazione becera dei giornali di destra e agli attacchi dell’associazione nazionale dei penalisti cassazionisti.
L’effetto forse più pericoloso di quanto avvenuto è che tutti i giornali di destra, centro-destra, centro-sionisti e altri aberranti similari vari ed eventuali hanno cominciato a prendere trafiletti di pubblicazioni, dichiarazioni, sentenze, interviste e libri attribuibili ai due giudici, distaccandole totalmente dal contesto in cui furono pronunciate, per scrivere titoloni e per fomentare e avvalorare ulteriormente il sì alla Riforma. O meglio, il sì alla separazione delle carriere, che è cosa ben diversa dalla vera sostanza di questa riforma. Giacché dell’idea del controllo politico del CSM quasi triplicato e dei PM messi sotto la Corte disciplinare governativa Falcone e Borsellino non potevano saperne nulla. Ma facciamo il consueto passetto indietro.
È davvero necessario che i morti ci debbano dire cosa dobbiamo votare, come dobbiamo ragionare e cosa dobbiamo preferire? È lapalissiano che un morto che parla, anche se luminare della materia in questione, sia fraintendibile e frainteso per definizione, poiché può parlare solo tramite tagli e cuciti di cose dette o scritte in un tempo passato o, nei casi peggiori, tramite mere supposizioni. Immaginatevi un articolo del tipo “secondo Giuseppe Verdi la musica del 2025 fa ribrezzo“. Quanto sarebbe realmente attendibile? Zero, perché se già i vivi di una certa età spesso stentano a comprendere l’evoluzione delle cose, figuriamoci i morti. Non possiamo provare a fare un esercizio di intelletto, avvalorando l’autonomia delle idee personali di ciascun cittadino, che sono il sale della democrazia, invece che polarizzare le opinioni fondandole solo su quelle espresse da altri (per giunta morti)?
Un privato cittadino può frullare i dati oggettivi del disegno di legge con le conoscenze di cui dispone, e può affermare, ad esempio, che la riforma in questione annullerebbe di fatto l’indipendenza della magistratura dal potere politico, svuotando l’Art. 101 e l’Art. 104 della Costituzione di ogni significato. E può affermare anche che l’endorsement alla riforma da parte dei penalisti cassazionisti, di cui già sopra, non è una nota a favore ma tutto il contrario, vista l’abilità ormai consolidata di questi nell’esercitare con destrezza la loro professione per fare annullare le condanne ai politici, che è proprio il fine intrinseco della riforma stessa.
E infine, sempre nell’esercizio del libero arbitrio, il privato cittadino può pensare che difendere la magistratura dalle interferenze della politica sia un interesse a protezione necessaria, constatando nelle recenti cronache come la politica sia riuscita a controllare dall’imprenditore multimilionario al carabiniere della DIA (vedi Cuffaro, Romano & compari). Non possiamo certo stabilire che la magistratura sia immune ai corruttori (anzi), ma possiamo provare a proteggere almeno i giudici per conservarne e tutelarne la funzione costituzionale ed essenziale.
L’invito è a non ragionare con la testa delle testate giornalistiche, tanto meno prendendosi a testate per sostenere ed affermare come assoluta una tesi piuttosto che un’altra. Se ragioniamo con le nostre menti e le nostre coscienze, e se andiamo a votare (soprattutto), sicuramente voteremo bene, in ogni caso.

