#4 Crooner’s music
*premessa: da oggi in poi (ma anche retroattivamente dall’articolo sui quadri del rap italiano) i brani degni di nota e gli album citati sulla rubrica Crooner’s music saranno linkati a Spotify (uno sbattimento incredibile per un’esperienza migliore) per cui potrete leggere gli articoli ascoltando, in contemporanea, la musica di cui si parla.
In questo episodio delle uscite del venerdì passeremo velocemente in rassegna le novità musicali più rilevanti delle ultime due settimane, in un articolo (spero) più conciso del solito ma anche più intenso. Partiamo subito.
Il 31 ottobre, lo scorso venerdì, è stato il giorno di Caparezza. Il cantautorapper pugliese è tornato dopo quattro anni di assenza discografica con annessa scomparsa dai riflettori del globo terraqueo (come sua abitudine) con Orbit Orbit, nuovo ambizioso album che ruota intorno al concept dei viaggi spaziali, pubblicato in parallelo con un fumetto scritto dallo stesso artista. L’elaborazione musicale e liricista di Caparezza, come noto, per essere compresa appieno (o almeno un po’), richiede tanti ascolti, tante letture dei testi e tanta autonomia delle batterie cerebrali. Anche per questo ho deciso di parlarne una settimana dopo l’uscita, per avere le idee più chiare.
Orbit Orbit è un disco decisamente ben riuscito, con una visione musicale interessante per quanto riguarda il sound, guarnito da atmosfere futuriste coerenti con il tema dell’album, suoni dello spazio e tanta chiptune/synthwave anni 80 e 90. Non mancano poi le radici rock e il caos delle batterie industrial molto ricche di noise, che solo in pochissime tracce danno un po’ fastidio. Sui testi sarebbe superfluo dire qualsiasi cosa, la penna ora è matura e subisce e comunica l’avanzare dell’età di chi la impugna, ma a livello di contenuti è sempre un 10 e lode. I picchi di qualità, a mio avviso, si toccano nelle tracce più rap del progetto, quelle classic: Gli occhi della mente (che campiona magistralmente Delirio di Gianni Morandi) e A comic book saved my life. Nella prima si analizzano i deliri (non a caso) della società moderna, attraverso una lente smerigliata dall’esperienza personale; nella seconda, più introspettiva e melodrammatica nonostante le melodie aperte del ritornello, c’è lo storytelling di un dramma personale dell’autore, l’acufene e l’ipoacusia, e la potenza della passione per i fumetti come forma d’arte che può salvarti la vita.
Spostiamoci adesso in giro per l’Europa. Parleremo, ovviamente, di Rosalía, ma per farlo dobbiamo partire dal magico filo rosso che la settimana scorsa ha collegato Spagna, Islanda e Regno Unito: Berghain, il singolo di traino che ha anticipato l’album Lux della cantante spagnola, in collaborazione con Björk e con la London Symphony Orchestra. Il brano in questione, a mio avviso, vale quanto tutto il disco. Un’orchestra sinfonica che si muove tra il mondo di Vivaldi e quello dei canti ecclesiastici protestanti, Rosalía che canta come un soprano in tedesco e poi passa al melodrammatico misolidio in spagnolo, Björk mette la ciliegina sulla torta rendendo la canzone un capolavoro. Stupendo anche il videoclip (soprattutto gli animali del bosco che entrano in scena con la voce di Björk).
Un ottimo lancio, dunque, per un buon disco, che è Lux, uscito ieri, che tuttavia poteva dare qualcosa in più. Il fatto che Rosalía canti in 13 lingue diverse è già di per sé una gran figata, e il sound e l’attitudine più sperimentale di brani come Porcelana o De madrugà, mischiati agli archi d’orchestra presenti praticamente ovunque (davvero notevoli in Mundo nuevo) mettono il giusto pepe sul progetto. Gli episodi che non mi convincono particolarmente sono quelli in cui il registro della voce e delle strumentali si fa più “principessa Disney”, ma è chiaramente un parere personale, e siamo ovviamente davanti a uno dei più grandi talenti moderni della musica mondiale, per cui non possiamo prenderci facilmente la briga di criticare determinate scelte artistiche.
Per quanto riguarda i nuovi singoli, davvero interessante Money del giovane rapper genovese Sayf, in collaborazione con Guè e Artie 5ive. Il trombettista-rapper ligure si fa avanti sempre di più nella scena dei grandi nomi, questa volta su un classic boom bap arricchito da una strofa molto ispirata della G capitale. Fateci caso: a scapito della quantità gigantesca di collaborazioni, canzoni e album del rapper milanese, che spesso va a ledere la qualità complessiva del suo prodotto musicale, quando Guè collabora con giovani iperpromettenti dà sempre il meglio di sé, a livello di tecnica e di scrittura. Stima.
Infine le note dolenti. Geolier (artista che stimo molto) esce con Fotografia, una bella idea resa terribile dal tentativo di emulare un Baglioni o un Cocciante con l’autotune, cosa che non è concepibile nella prospettiva di un prodotto di qualità. Peraltro, un orecchio esperto distingue immediatamente l’autotune utilizzato come cifra stilistica (come lo usano Lazza e Izi, per dirne un paio) da persone che sanno cantare, dall’autotune utilizzato male per rimediare (sempre male) a stonature terribili, tipo taglio e cucito sulla giacca di un senzatetto, come ha fatto Sfera Ebbasta in certi episodi, e come ha fatto Geolier in questo specifico.
Male anche Tedua, che con Chuniri ha anticipato la prossima uscita di Ryan Ted Mixtape, che avremo modo di commentare non appena sarà sul mercato. Pure in questo caso, similmente al caso di Geolier, siamo davanti ad un grande talento che ogni tanto rischia di essere soffocato dalla versione commerciale di se stesso. Il singolo in questione vede un cantato quasi mononota (tipo Elio) su una strumentale accattivante, un po’ pop-rap, ma non ben riuscito né interessante. Speriamo in qualcosa di meglio per il mixtape.

